In redazione, la sensazione per questa Festa della Donna era abbastanza riassumibile nel concetto di ansia da prestazione. Cosa facciamo?, ci chiedevamo. C’è il #metoo, il #quellavoltache, il #timesup, ora il #metoogether. Tutti parlano di donne, anche se è un tema che non conoscono. Noi, che siamo un magazine che si definiva femminista prima degli scandali e delle molestie dobbiamo fare qualcosa, è ovvio. Sì, ma cosa. Sembra tutto trito, sembra tutto già detto. Qualcuno lo dirà più forte, ci dicevamo. Noi che la Festa della Donna non la amiamo troppo, non l’abbiamo mai celebrata come un momento unico e imperdibile semplicemente perché di donne, delle loro storie e di quello che ci gira attorno ci facciamo un calendario ogni mese. E quindi abbiamo passato pomeriggi su Skype a parlare di spunti e a cancellarne altri.

Che senso ha, ci ripetevamo. Ma ha sempre senso scrivere, e parlare delle storie delle donne. Ha sempre un peso, perché lo rende normale. Le fa finire nel flusso indistinto delle notizie, perché le donne devono smettere di fare notizia, paradossalmente. Devono smettere di essere una categoria. “L’imprenditoria femminile”, “le quote rosa”. Sembra sempre che le donne siano delle sopravvissute, dei casi. Editoriali, aziendali, di successo. Mai la normalità. La Festa della Donna è l’emblema di questa sorta di teca di cristallo dentro cui si mettono le donne quando si parla di loro come parte del tessuto produttivo, intellettuale, culturale. E quasi sempre a farlo sono quelli che di donne meno sanno, magari ci fanno un plastico e per parlarne chiamano in causa chi di queste teche ne fa una sorta di impiego full time. Quasi come dei giostrai, itineranti.

Per questo il nostro essere banalmente un magazine femminista che non parla solo di “casi” battuti a suon di hashtag ma soprattutto di musica, design, letteratura, cinema, cucina a volte ci fa passare in sordina. È normale leggere una recensione, un articolo interessante, un’opinione. La si condivide oppure no (magari anche sui social, grazie), con buona pace del genere di chi lo ha scritto. È la normalità, appunto.
Sono convinta che sia questa la strada, anche se oggi è la giornata dedicata al rosa, alle donne e alle loro storie. Alle loro battaglie. Ancora troppe.

In redazione abbiamo anche pensato “Non facciamo nulla”, perché lo facciamo tutti i giorni. Quella cosa che si dice anche con San Valentino. Mica ci serve il giorno dedicato agli innamorati per uscire a cena. Mica ci serve la giornata dedicata alle donne per parlare di loro. A noi no, ma a molti altri sì.

A noi, come donne e come responsabili di un magazine, ci rimane l’impiccio di dimostrare qualcosa. Mentre in sala da pranzo rutila la festa, noi siamo in cucina a districarci tra una cottura a bassa temperatura e un sacchetto di patatine. Quasi come se oggi dovessimo essere più femministe, più donne, con i contenuti più giusti ed esclusivissimi. Con la bandiera da sventolare, ma senza esagerare, perché appena usciamo da questa arena di bit siamo donne normali, che vanno in ufficio e parlano con il cassiere. Quindi sarà utile avere la risposta giusta anche per chi vorrà regalarti le mimose o il cioccolatino, farti gli auguri e dirti che però insomma la festa dell’uomo mica c’è, e tu dovrai rispondere con un mezzo sorriso che la festa dell’uomo è tutto il resto dell’anno, visto che non sanno fare due cose contemporaneamente mentre noi siamo multi-tasking. Abbozzeremo davanti a quelli che ci chiederanno se andremo a mangiare la pizza con le amiche, così per una volta non sbufferemo davanti alla solita partita di calcetto del giovedì sera. Mica ci si può perdere in spiegazioni con tutti. Dovremo parlare con quel qualcuno che ci chiede di più su questa storia del nuovo femminismo e di questi episodi di molestie senza calcare troppo la mano, senza esagerare. Perché lo sappiamo tutti a cosa porta, esagerare. Poi si inizia ad entrare nello specifico, ma allora come siete complicate, volete il conto pagato però i pari diritti, volete la galanteria e poi se qualcuno vi dice che siete un bel pezzo di figliola vi incazzate. E noi mica ce l’abbiamo sempre la voglia di reggerla sta roba qua. Ma la Festa della Donna, soprattutto fuori dai social e dai magazine online e dalla cerchia di amici che ci si sceglie e con cui quindi si condividono sensazioni e modi di vedere il mondo, è questa roba qui. E le donne devono avere voglia di farla, per forza. Soprattutto se addirittura si definiscono femministe. Devono prepararsi, anche per la loro festa. Perché loro ce l’hanno e l’uomo mica ce l’ha. Perché loro vanno celebrate e guai a rispondere che non ce n’è motivo, o anche solo a non dimostrare gratitudine per un ramoscello di mimose. È davvero un bel gesto, grazie davvero.
Per le donne anche la Festa della donna è una fatica. È l’ennesima prova, l’ennesimo palco in cui si esibisce l’appartenenza di genere e il modo in cui se ne fa parte.

Siamo un po’ stanche, lo ammettiamo, ma l’obiettivo è chiaro: vogliamo che le donne siano ovunque fino a essere “banalmente” parte del panorama. La Festa della Donna è l’ennesima occasione per arrivarci. È così una fatica che quasi quasi ve la meritereste, la Festa dell’Uomo.

Lì fuori c’è sempre qualcuno che ci aspetta al varco. E adesso vediamo che cosa si inventeranno, cosa partoriranno. Uscirà il pezzo che ci racconta le storie delle donne molestate? Quello sul libro dell’autrice che ha raccolto le storie delle donne che hanno dovuto lasciare il lavoro perché hanno avuto un figlio? Quello che vuole dimostrare una vera presa di posizione bastian contraria e ci dice che la Festa della donna va abolita? Che cosa si inventeranno, in questo 2018, anno in cui di donne si finisce per parlarne anche troppo e che quindi anche un po’ che palle e quanta banalità?

Noi non ci siamo inventate niente. Abbiamo deciso di raccontare come lo viviamo. Abbiamo voluto portare a galla questa strana sensazione che ha a che fare anche un po’ con il fastidio e che ci coglie in questo giorno che però vogliamo celebrare e dedicare alle donne, tutte. Abbiamo voluto mostrare che anche una festa spesso ha un risvolto lievemente aspro e complicato. Come quello che serpeggia in certe mattine di Natale, quando vorresti rimanere sotto il piumone mentre di là stanno cucinando il cappone e le patate al forno. Con l’unica differenza che noi sotto il piumone abbiamo scelto di non rimanerci mai, nemmeno negli altri 364 giorni dell’anno. Quindi evviva le donne. Oggi, sempre.