Ilaria Bernardini, scrittrice di romanzi ma anche di testi per tv, giornali e cinema, è tornata nelle librerie con Faremo Foresta. Con Anna, una donna di 34 anni alle prese con un bambino da proteggere, la fine di un matrimonio, la malattia e una cartomante capace di fare domande scomode e precise. Ha raccontato con ironia, dolcezza e profondità il dolore, le situazioni buffe, l’amore, le famiglie, e la cura degli altri come quella per le piante. Da un giorno del disastro ad un terrazzo di vasi secchi, fino a tutto che germoglia di nuovo, con luce, acqua e attenzioni. È riuscita a farlo con grazia, senza risultare stucchevole e senza mettersi sul piedistallo di chi cerca di spiegare chi siamo e come ci teniamo vicini, ma solo cercando di raccontare qualcosa che molto somiglia alla vita. Il casino, gli affetti, le personalità, le storie, la paura, e di farlo con una sorta di sorriso in controluce, verso noi stessi.

Ilaria Bernardini ha saputo raccontare quel momento in cui dopo “il disastro” tutto pian piano smette di fare male, quando permettiamo che tutto possa tornare a fare bene, e sappiamo farne anche noi. Pochi giorni fa ha avuto voglia di rispondere ad alcune nostre domande, ecco cosa ci ha raccontato.

Faremo Foresta un libro che parla di amore, famiglia, vite – la famiglia dalla quale si viene e quella che si crea – e che parte da un giorno preciso, “il giorno del disastro”, un grave problema di salute e la fine di un matrimonio. Con le piante, secche, senza acqua, non curate, che appaiono sempre a disegnare le situazioni, e anche a definire le rinascite. Com’è nata l’idea di creare questo parallelismo?
L’idea è arrivata dalla vita vera, un’amica giardiniera, andare a vivere in una casa nuova da sola con il mio bambino dove l’inquilina precedente aveva lasciato in eredità le sue piante. Dove ho sentito la mia paura e la mia irrequietezza all’improvviso, e grazie a questo pezzettino di mondo all’aperto – non avevo mai avuto un terrazzo, o una pianta – dal quale guardare per la prima volta nella vita il mondo, senza il filtro di qualcuno che lo guardava insieme a me (un marito, una madre).

Ti abbiamo conosciuta con il primo libro,”Non è niente”. Personalmente è stato il mio viaggio, a 18 anni, alla scoperta del mondo dei trentenni, di quello che vivevano e di come affrontavano bivi, paure e sogni. Parte di quel modo di raccontarsi e raccontarci s’intravede in “Faremo Foresta”, nel descriversi senza orpelli e senza maschere, anche un po’ buffi, dolci. Come ripensi a quella prima storia? Ci sono connessioni con questo nuovo libro?
In diversi miei libri c’è un pochino di me, della mia vita vera. Non è niente è uno di quelli – ma anche “La fine dell’amore”, “Domenica”, “L’inizio di tutte le cose”- nascono da un’urgenza di espandere in qualche modo una fase della mia vita, pensarla, scriverne, viverla anche attraverso una esplorazione di una storia e di una pagina. Quindi sì, in qualche modo, la protagonista di “Non è niente” poi è vissuta in ognuna di questi libri, ed è lei che ora è arrivata nella Foresta. In un altro modo di vederla, non è lei affatto, così come io non sono più l’autrice di Non è niente. Voglio bene a quell’autrice, ma non ho più accesso a come pensava, a come scriveva.

Il modo di interrogarsi su cosa diventano relazioni e persone, come ci si tiene stretti insieme, sembra essere sempre presente ma in un modo più maturo, ironico, accogliente, come il corridoio aperto tra due case diverse per spiegare ad un bambino di 4 anni che mamma e papà non sono una coppia ma avrà sempre ha due genitori e una casa e l’amore che si moltiplica. È questo che volevi raccontare, prendersi cura delle piante come ci si prende cura dell’amore?
Sì, volevo raccontare proprio questo e di come mi ero totalmente dimenticata, nella vita fino al dolore, di guardare veramente, di toccare veramente, di entrare in empatia con le persone e quindi con le piante, con le piante e quindi con le persone. La botanica, anche spiccia, anche facile è stata una grammatica per le mie sensazioni e per i sentimenti. Mi ha aiutato a rendere più gestibili e concrete, più facili spesso, certe domande sulla vita, l’amore, il dolore.

Teresa Ciabatti, sul Corriere della Sera, ha scritto che il tuo libro è “L’oggetto letterario più vicino alla vita che sia apparso in Italia da anni”. Leggendolo (piangendo e ridendo) ho pensato la stessa cosa, c’è qualcosa di vicinissimo alla vita reale di tutti, al nostro passato, a come si muovono le persone e gli affetti, a come tutto può seccarsi e poi germogliare di nuovo, crescere e cambiare pur restando appiccicati. Quando e perché hai immaginato questa storia?
L’ho immaginata durante una lunga camminata in salita in un posto molto caldo, questa trama è arrivata con un’immagine, una donna che curava le piante di una seconda donna, che faceva da mangiare alla prima. Da lì in poi ci ho lavorato per cinque anni.

Hai inventato un alfabeto botanico-sentimentale che sembra curare ogni cosa, mani nella terra e piante sul terrazzo, scavando nei sentimenti e nelle storie. Le figure di Anna e Maria, in particolare, che si prendono cura l’una dell’altra attraverso i vasi e i fiori, come sono nati questi due personaggi quasi allo specchio?
Dalla vita vera. Esiste Maria ed esiste Anna. Poi le ho perse e ognuna è diventa un personaggio e quindi una pedina della teoria sentimentale ed esistenziale che ho cercato di esplorare. Per me quindi, la storia ha perso totalmente i connotati dell’autobiografia per diventare una questione molto distante, più filosofica ( che è la mia formazione, e mi sembra questo il mio libro in cui più sono riuscita a usare lo strumento della filosofia.)

In questo libro Anna, Maria, la madre di Anna, ogni figura femminile riesce ad essere donna – innamorata, arrabbiata, buffa anche – e di esserlo insieme ai padri, nonni, mariti, fidanzati, figli. Le relazioni che tengono insieme tutto, nelle famiglie, fuori, e mentre le famiglie cambiano, senza vittimismo e con naturalezza. E forse con il potere magico femminile di sapersi prendere cura, delle piante e delle persone. Hai pensato a come raccontare i tuoi personaggi, a dar loro questo taglio, o sono nati man mano che la storia prendeva forma?
Tutti i personaggi sono arrivati insieme, all’inizio.  Il fatto di riuscire a farli stare nella stessa trama e nello stesso percorso, e in qualche modo nella vita vera, ad accoglierli e tenerli alla distanza giusta per poterli o amare senza soffrire o perdonare senza giudicare, è stato il percorso di costruzione della Foresta, e nella mia vita di costruzione della mia felicità.