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In Sardegna puoi essere ciò che vuoi: contadino, pescatore, pirata, fuorilegge, esploratore, poeta, allevatore, prete, eremita. Comunque uomo e uomo fino in fondo, fino alle radici, fino alla terra. Mai un dio, mai onnipotente. C’è il limite del mare che gira tutto intorno, circondandoti con la sua bellezza feroce. C’è il limite della montagna che ti schiaccia mentre t’accoglie tra rocce taglienti come lame, nascondiglio di banditi. E son tornanti e lande di mirto profumato, che fanno venire e curano il mal d’auto, vegetazione bassa, di tempra forte, strade sterrate che fan perdere il senso dell’orientamento e della direzione. L’acqua cristallina te la devi conquistare, sfidando il vento, e la sabbia che ti piglia a schiaffi. Sei il meno adatto tra tutti gli animali, le pecore, le mucche, gli asini e i branchi di cani selvatici.

Eppure il conforto della solitudine, manciate infinite di stelle con le costellazioni che si possono contare, e il verde e il rosso terra di siena da tavolozza, e quel mare di smeraldo.

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Fabrizio De Andrè che era un poeta e un contadino e un pirata e un bandito e un eremita insieme, tutto questo lo sapeva. Prese una casa fatta di niente, di pietra e vento, in mezzo al nulla di una natura ribelle. La chiamò Agnata e ci portò il suo amore, Dori e i bambini Cristiano e Luvi. Non c’erano porte, non c’erano finestre. Nè telefono, nè tv, nè riscaldamento. Piantò l’edera che crebbe rigogliosa sulla facciata. Vicino al bosco creò un giardino e pascoli lì dove crescevano soltanto i rovi. Studiò botanica, agraria e metodi d’allevamento, prendendo appunti a margine dei libri, per fare tutto al meglio. E se pure era un cantautore, quello di “Bocca di rosa”, quello di Piero e Marinella, la gente di Sardegna gli voleva bene come ad uno di loro, come a un allevatore, a un contadino.

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In Sardegna Faber voleva sparire, confondersi con la terra e il mare. Poggiare al muro la chitarra e prendere vanga e cesoie, e teste di vitelli dal ventre delle vacche che partorivano a mezzanotte. Usare le mani al posto della lingua. E quando le parole venivano a bussare, prepotenti come sono, in mezzo a tutta quell’ispirazione, Fabrizio le raccoglieva come semi, mischiandole al terriccio da rivoltare, in Maggio. Poi un giorno di fine Agosto accadde che, forse per averlo desiderato troppo, sparirono davvero Dori e Faber, rapiti dall’Anonima Sequestri. Centodiciassette giorni. Che sono una vita, che sono difficili da perdonare.

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Ma perdonò Fabrizio, che amava la Sardegna, il suo mare i suoi monti, perfino i suoi banditi. Tornò all’Agnata e fiorirono i semi. “Creuza de ma”, in mezzo alle viole, “L’indiano” in mezzo ai latrati e agli spari di una battuta di caccia al cinghiale. Tornò in mezzo agli uomini, tra quelli che lavoravano con le mani, e quelli che lavoravano con le parole. Ancora si riuniscono alcuni di loro all’Agnata per ricordare De Andrè. Musicisti e poeti e cantanti sul palco, e la varia umanità ad ascoltarli, seduti per terra, sul prato, le gambe incrociate, il sole che picchia, il vento che soffia.

Ancora ci rigano le guance due lacrime, Marinella che cade, Pietro che muore in mezzo ai papaveri, l’amore che viene, che va e poi si perde, veloce come le rose. Canta la vita De Andrè, cattiva e tenera, rocce taglienti e spuma soffice di mare, come la Sardegna.

marka - lodetti -

Gianfranco Cabiddu, l’autore di questo meraviglioso documentario, in uscita a Gennaio, questo lo sa. E intreccia le foto, i ricordi e il presente arrampicandosi come l’edera sulla facciata dell’Agnata.

“La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso”.