Glasvegas.

Sono una di quelle band che dai per scontato siano fighe, no? Principalmente perché sono una band col tasso di autostima ai massimi storici e quindi un po’ convince anche te. Infatti. A partire dal nome, a metà tra “a momenti grido al miracolo per la genialità di questa gente” e “quando suonavo con la mia band metal ne inventavo di migliori”. Essendo nel mezzo, sì, è quel nome di band che fa esclamare “cavolo, così semplice, eppure nessuno ci aveva ancora pensato”. Un po’ come The Music, The Drums, The National, Brother (infatti, da un paio di settimane a questa parte si chiamano Viva Brother – a quanto pare molto tempo fa una sconosciuta band decise di chiamarsi Brother e di tradermarkizzare il nome).

Ampiamente snobbati dalla sottoscritta, colpevoli di essere “usciti” nella seconda metà del 2008 come una band che mi piace spropositatamente e di conseguenza confusi (nel periodo iniziale) e buttati in un angolo come il peggiore paio di scarpe ever, i piccoli scozzesi si riappropriano del mio cuore dopo circa due anni, conquistandolo con la tecnica più abusata dagli uomini al primo appuntamento: la simpatia. E nello specifico, con la canzone Euphoria, take my hand.

Perché come si fa a non sorridere e a non amare quattro ragazzi ambiziosi e talentuosi, già mediamente conosciuti dal pubblico ed apprezzati, che plagiano nientepopodimeno che i Ricchi e Poveri? E allora sì, Glasvegas, accetto di salire a casa vostra a bere un caffè, ché non ridevo di una trashata del genere da quando i Blue si sono messi a cantare in italiano (credendoci) e Alberto Tomba a recitare. Il plagio al momento non è accertato, certo che James Allan e compagnia potranno sempre ribattere nello stile di un altro grande maestro, affermando “le note sono sette…”. Ma a me piace invece immaginare che i Glasvegas, in Italia per non so quale motivo nel periodo estivo, giusto dopo cena abbiano acceso la tv su Raiuno e beccato Da Da Da, con conseguente illuminazione e “tanto è una canzone vecchia e nessuno se la ricorderà, lo sentite che riff da paura?”. O che lassù, in Sco-co-co-cozia (cit.) abbiano avuto per vicina una massaia appassionata alla musica del quartetto italico, e la sparasse abbomba il mattino presto. E così via. Correva l’anno 2011, ma con i Ricchi e Poveri ancora presenti nell’immaginario collettivo del popolo italiano, io completamente conquistata da queste simpatiche canaglie, ecco quindi che acquisto Euphoric /// Heartbreak \\\ su iTunes, senza nutrire grandi speranze. Avevo ascoltato frettolosamente, a suo tempo, l’album omonimo e liquidato lo stesso con “sembra la stessa canzone suonata e risuonata per tutta la lunghezza del disco”. Euphoric eccetera ci mette un pochettino a crescere, è un lavoro poco digeribile, ma che una volta andato diventa il cocco di mamma, l’ancora di salvezza nei giorni di scazzo musicale, il gioiellino che si fa scoprire piano piano e che ogni volta lascia trasparire un dettaglio di sé, adeguandosi agli stati d’animo e modellandocisi sopra. Senza scadere nella banalità, basti sapere che contiene i pezzi da fomento, le ballatone, le ruffianate elettroniche, la cover (no dai, scherzo, è che sta cosa dei Ricchi e Poveri non finirà mai di divertirmi), quelle tre canzoni che sembrano uscite dal disco precedente per compiacere gli affezionatissimi, più due riflessioni sul mondo omosessuale, scontatine ma si gradisce l’impegno.

Forse mi è sfuggito qualcosa e non capisco ancora perché un uomo (apparentemente senza problemi fisici o mentali) debba portare costantemente degli occhiali neri, ma alla fine poco importa. Che importa se vocalmente è il Giusy Ferreri delle Highlands? Che importa se sparisce per giorni a New York ed i bandmates lo danno pubblicamente per disperso? Che confusione.

Sarà perché ti love.