di Carola Susani

Eravamo bambini abbastanza per perdere la libertà. Per essere trascinati via drogati di cloroformio, strappati alle nostre famiglie, trascinati al freddo nei boschi, radunati come gli agnelli il giorno di Pasqua, condotti nel mezzo del nulla da un cane pastore impazzito, come un gregge che non è buono nè per essere macellato, nè a fare la lana.

Senza un perchè. Eravamo bambini abbastanza per amare un padre rapace dagli occhi di giada, un padre che ha perso la testa e si lancia nel vuoto con i suoi figli. Ma i bambini non sanno, i bambini non chiedono, i bambini ci credono quando i padri raccontano storie in cui sanno volare e ti tengono forte la mano.

Senza rimedio. Eravamo bambini abbastanza per prenderci le punizioni più dure, per fare di un misero viaggio nel ventre malato del mondo un gioco di sopravvivenza e ridere forte dei rospi incontrati per strada e prendersi a pugni fingendo che non fosse la rabbia a picchiare ma solo la voglia di muoversi un pò.

Eravamo bambini abbastanza per riunirci attorno al fuoco la sera e sentire il più grande di noi raccontare le nostre storie, ascoltarlo ammirati come se fossero vere, se fossimo come supereroi in una strana missione. Pensando che in fondo è come un campeggio, solo che la neve è fredda, così fredda e bianca è la neve…

Eravamo grandi abbastanza per rubare alla povera gente, per prostituirci per un pezzo di pane, per scavare nei cassonetti, per invidiare l’innocenza degli altri e perderla tutta e vederla morire odiando chi piange perchè ancora sa come si fa. Eravamo grandi abbastanza per avere paura, non tanto della fame o del freddo o di non rivedere più i nostri genitori, quanto di essere diventati di colpo una cosa terribile e non poter più ritornare.

Eravamo grandi abbastanza per veder morire un amico, per amare il bambino innocente che anche il Diavolo fu.

Carola Susani pubblica per Minimum Fax una angosciante storia di bambini rapiti. Un terribile viaggio dalla miseria dell’Est all’indifferenza dell’Italia, raccontata da uno di loro, partendo dalla fine.

Un pugno allo stomaco, con una musica dolce di carillon sullo sfondo.

“Qualche volta mi è venuto in mente che era triste e davvero pensava di arrivare al Tirreno all’inizio dell’estate e che non si sarebbe fermato sulla spiaggia, e avrebbe continuato a camminare dentro l’acqua opaca fino a smettere di respirare, e forse ci avrebbe permesso di restare indietro. Come il Pifferaio con i bambini e i topi. Ma senza rabbia, non doveva punire i nostri genitori; soltanto per non lasciarci. Certo non voleva sgozzarci, versare il nostro sangue. Niente splatter. Ma se devo dire come la penso davvero oggi, il Raptor ci voleva vivi perché portavamo la sua impronta”.