Elena Ferrante è una donna. E persino ora che la sua identità è stata svelata (forse), c’è ancora qualcuno che non lo manda giù. Noi che abbiamo letto i suoi libri – letti davvero, dico, non sfogliati, non gettata un’occhiata alla pagina di Wikipedia per farsi un’idea ed essere spendibili in società – non avevamo dubbi.
Per me è stato subito evidente che alcune pagine, legate alla fisicità e al sesso, avrebbe potuto scriverle solo una donna: la carne nella Ferrante è intrinsecamente legata alla psiche, la mente osserva il corpo godere dall’esterno e impara qualcosa su se stessa, l’eros risiede tutto in questa capacità di scissione e fusione, di scoperta e consapevolezza.

Mi accorsi che riguadagnavo terreno, che il gelo cedeva, si scioglieva, che la paura si dimenticava di sé, che le mani di lui toglievano via il freddo ma piano, come se fosse fatto di strati sottilissimi e Sarratore avesse l’abilità di tirarli via con precisione cauta, a uno a uno, senza lacerarli, e che anche la sua bocca avesse quella capacità, e i denti, la lingua, e che perciò sapesse di me molto più di quanto Antonio fosse mai riuscito a imparare, che anzi sapesse quanto io stessa non sapevo. Avevo una me nascosta – capii – che dita, bocca, denti, lingua sapevano scovare. Strato dietro strato, quella me perse ogni nascondiglio, si espose in modo inverecondo, e Sarratore mostrò di conoscere il modo per evitare che fuggisse, che si vergognasse, seppe trattenerla come se fosse la ragione assoluta della sua motilità affettuosa, delle sue pressioni ora leggere ora frenetiche. [Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome]

Eppure l’insinuazione che dietro l’autrice de L’amica geniale si nascondesse un uomo con il passare degli anni e la popolarità all’estero non è mai scemata: quello che si poneva come un dubbio innocente – dietro un nome in fondo può celarsi chiunque – ha dimostrato di portare con sé un profondo retaggio sessista. Se lo pseudonimo fosse stato maschile giornalisti e critici si sarebbero chiesti se dietro c’era una donna? Forse non con la stessa insistenza.

Per questo non mi sono stupita, quando l’articolo di Claudio Gatti su Il Sole 24 Ore, che individuerebbe Elena Ferrante nella traduttrice Anita Raja– il condizionale è d’obbligo, perché gli indizi sono molteplici ma le prove nessuna – ha insinuato il coinvolgimento del marito Domenico Starnone nel successo della scrittrice. Non sono rimasta sorpresa, ma mi ha fatto arrabbiare.

Gatti non riesce a provare che i libri sono scritti a quattro mani dalla coppia – anche se ci pensa subito, diamine, sia mai che la compagna di un autore affermato sia in grado di sfornare da sola il ciclo letterario italiano più venduto nel mondo! – ma non rinuncia alla stilettata finale.
«Non si può certamente escludere che Starnone abbia dato un rilevante contributo intellettuale», afferma Gatti. Perché no? E perché invece non domandarsi se sia stata lei a dare un rilevante contributo al lavoro di lui?
La voce che la donna del mistero fosse Raja circolava già da anni, soprattutto perché Starnone aveva pubblicato un romanzo che per trama e atmosfere era l’immagine speculare di un altro della Ferrante. I giorni dell’abbandono e Lacci parlano entrambi della disgregazione di un matrimonio, di un uomo che lascia la famiglia per una ragazza più giovane: il primo è visto con gli occhi della moglie, l’altro con quelli del marito. Peccato che il libro di Elena Ferrante sia uscito nel 2002, quello di Starnone nel 2014. Chi si è ispirato a chi? Potrebbe essere anche un raffinato gioco di coppia ma di sicuro niente che permetta di liquidare Anita Raja come “la moglie di”. Se anzi come ha fatto Gatti vogliamo ridurre tutto a una mera questione di soldi, è Starnone a essere “il marito di”.

Margherita Buy in una scena del film tratto da "I giorni dell'abbandono"

Margherita Buy in una scena del film tratto da “I giorni dell’abbandono”

Sull’accanimento contro la privacy di un’autrice che ci teneva a rimanere sconosciuta non certo per una questione di marketing voci ben più autorevoli della mia, come quella di Michela Murgia, si sono spese e lascio a loro la parola. Ferrante era anonima ben prima di avere successo e il suo eclissarsi in un paese come il nostro dove l’immagine dello scrittore e la sua presenza mediatica sono fondamentali potrebbe anzi averlo ritardato.
Mi chiedo solo se dietro la scelta di un nom de plume si annidasse non solo la consapevolezza di una totale libertà che la Ferrante ha spesso rivendicato – «Scrivere è un atto di superbia. L’ho sempre saputo e perciò ho nascosto a lungo che scrivevo, soprattutto alle persone a cui volevo bene. Temevo di svelarmi ed essere disapprovata» – ma anche il timore di essere letta e giudicata come la compagna di un autore già noto.

Di sicuro questa autrice di passioni viscerali e di personaggi indimenticabili avrebbe meritato di essere smascherata in maniera diversa, non attraverso il bollettino dei suoi conti in banca e delle proprietà immobiliari: purtroppo la spinta a svelare il mistero è spesso irrazionale, distruttiva e troppo forte.
Io che ho amato i suoi libri voglio continuare ad immaginarla come lei aveva scelto di raccontarsi: Elena Ferrante, figlia di una sarta, nata e cresciuta a Napoli.