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Islington, Londra

Si sa che Islington è un bel posto. Lo sa chi ci abita e chi vorrebbe abitarci. Lo sanno gli agenti immobiliari e lo sanno i gestori di negozi. Lo sanno perfino i turisti.
Resta comunque un luogo tranquillo, specie quando ci si allontana dalla bella, vivace Upper Street, e si percorrono le vie laterali, tra case georgiane e giardinetti curati. Il solito, insomma.

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Il solito rampicante, il solito alberello di design, la solita auto vintage parcheggiata con non-chalance lungo un Crescent di aristocratica beltà. Il solito pub locale con le panche e l’edera, la solita chiesa coi canti domenicali, il solito negozietto di antiquariato coi lampadari di cristallo e i tappeti persiani. Il solito silenzio, la solita pulizia, le solite finestre che lasciano intravedere salotti e giardini sul retro. Che barba, eh? Ma datemene, a palate!

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Eppure, si scoprono alcuni elementi di distrurbo. No, non parlo di una cartaccia sfuggita alla rete della nettezza urbana, o una radio oltre i livelli ammessi dai rigidi comitati di quartiere. Parlo di quelle piccole eccentricità che per fortuna, con britannica ironia, spezzano la flemmatica e glaciale perfezione anche del quartiere più altolocato.

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Che ne dite di una serie di sfingi, ad esempio? Non è Alessandria d’Egitto, e non è il Nevada. Ne abbiamo di bianche e ne abbiamo di nere, signore e signori.

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E se dipingessimo le porte di colori festosi? Giallo limone, ad esempio? Mettiamoci d’accordo col vicino, però, lui rossa noi verde, oppure se lui verde noi blu. Il batacchio? Joker. Il numero? 24. Però ci piacevano così tanto che 12345. Sulla ruota di Londra.

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Porta a Islington, Londra