Che cos’è in fondo morire? È solo la fine del mondo. Il mondo come lo conosciamo, il mondo abitato da Louis, drammaturgo di fama 34enne, lontano da 12 anni dalla propria famiglia d’origine. E per quanto a morire si muoia sempre soli, altrettanto necessario è l’addio concesso a noi stessi e a coloro che abbiamo amato.

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Ritorna dunque Louis (Gaspard Ulliel), dalla grande città alla campagna, dai palchi,  dai testi complessi, dal glamour, ritorna in un luogo dove supponiamo sia sempre stato estraneo: la sua famiglia qualunque. Una madre (Nathalie Baye), un fratello più grande (Vincent Cassel) e una sorella più piccola (Léa Seydoux) che in fondo non ha mai conosciuto davvero.
Solo cartoline per 12 lunghissimi anni e poi lui, davvero, in persona, sulla porta di casa. Nessuno immagina che quel fantasma sia lì per annunciare una morte, la sua. Per tutti è già morto da un pezzo e i morti non tornano, se tornassero scompaginerebbero tutto ed è proprio questo quello che accade.

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L’unica estranea della famiglia – la moglie del fratello maggiore Catherine (Marion Cotillard) – è pure l’unica a vedere davvero Louis. Lei sa, esattamente come noi, che è malato e morirà, lei sa che è una recita d’addio. Ma il suo balbettare insicuro non fronteggia la violenza che si scatena: 12 anni di assenza sparati in faccia, come un fucile ad aria compressa.

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Violenza nelle parole, violenza negli abbracci, violenza nelle lacrime, violenza nei ricordi che arrivano senza alcun preavviso, riportati nell’aria dalla polvere o dall’odore del vento. Il peso di un’assenza che anticipa la morte, la recita di un commiato che è già avvenuto. Una seconda occasione che è più dolorosa della prima, ormai metabolizzata dagli anni, dal tempo.

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Il dolore urla, come sempre nel cinema di Xavier Dolan. Lo spettatore si trova costretto a fronteggiare l’emozione che sgorga, tradendo le parole, da ogni primo piano. Stretta stretta appare all’angolo degli occhi, nella vena pulsante del collo, nel velo di sudore sulle labbra. Tutto ciò che le parole non riescono a dire, bugiarde come sono, lo dicono gli occhi, stremati dal lutto, ma che non sanno perdonare. Guardano e basta, prigionieri dell’istante, come un uccellino imprigionato in un orologio a cucù.