Rosemary’s Baby 2.0

Il rosso è il colore dell’amore ma anche il colore del sangue. Il sangue lega la madre a suo figlio e il carnefice alla sua vittima. Rosso è l’odio e arrossa pure la vergogna. Vermiglio è il tramonto del sole che lascia spazio al cupo della notte e cremisi il bicchiere di vino che precede il sonno della ragione.

C’è un incubo che le madri tacciono spesso. Quello di partorire un mostro malvagio, quello di essere possedute dall’interno dall’essenza stessa del male, di essere un vaso di Pandora, un contenitore colpevole di portare rovina e distruzione nel mondo. Eppure non si perdona alle madri una cosa soltanto: di non amare il proprio figlio, chiunque egli sia.

“E ora parliamo di Kevin” è un film su una madre e su un figlio. Ma soprattutto è un film sul legame perverso che si instaura tra vittima e carnefice, fatto di ammirazione e colpa, vergogna e passione. Tilda Swinton interpreta magistralmente Eva, una madre che pur di non addossarsi la terribile colpa di dubitare della bontà del proprio figlio, libera un assassino nel mondo.

Kevin ha compiuto una strage. Chiusi i lucchetti alle porte, imbracciato il suo arco, faretra alle spalle, centinaia di dardi nei corpi dei suoi compagni, e di suo padre, e di sua sorella, ma un unico bersaglio in mente, il cuore di sua madre. La strage è solo l’ultima di tutta una vita di angherie commesse contro la donna che l’ha messo al mondo e l’ha temuto, si è lasciata possedere da lui, ha lasciato che diventasse un assassino, per non essere giudicata dalla società civile.

Un film crudo, terribile, doloroso. Si pensa mai alle madri dei ragazzi di Columbine? Anche loro devono essere stati figli, e saranno sempre figli per le loro madri. Quali sono le loro responsabilità, essersi voltate dall’altra parte pur di non vedere? Averli amati comunque, perchè è così che si deve?

Eva ogni lunedì va a trovare Kevin in carcere. Non ci sono parole tra i due, come non c’erano prima. Un silenzio colpevole da parte di Eva, una sfida a combattere da parte di Kevin. Eppure Eva è di nuovo lì, ad ogni appuntamento settimanale. La sua passiva ma tenace costanza è la stessa che la portava ad accarezzare il figlio malato che le sputava contro. Kevin pensava fosse per dovere, non per amore.  L’ha messa di fronte alla più terribile delle prove. E lei l’ha superata.

Sull’unico abbraccio che i due si scambiano mi appare in mente una leggenda, che mi raccontò mia madre e non manca ogni volta di mettermi i brividi. Un ragazzo, stanco di vivere nella miseria, si unisce ad un gruppo di briganti che, per mettere alla prova la sua fedeltà, lo sottopongono a terribili prove. Un giorno, come finale dimostrazione di lealtà, i briganti gli chiedono di tornare a casa, uccidere sua madre e portar loro il suo cuore. Il giovane non esita. Va a casa, estrae dal fodero un grosso coltello, uccide la madre, le strappa il cuore e tenendolo in mano fugge dal luogo del delitto.

Ma la fretta è tale che il ragazzo scivola, e il cuore gli cade dalle mani. In quel momento, dal cuore sparso sul selciato si alza una voce.

“Figlio mio, ti sei fatto male?”.