Panic! At The Disco.

Ci sono poche cose che salverei dell’annata 2005-2006, di certo non il mio ultimo anno di scuola superiore, al quale sono sopravvissuta grazie solamente ad un’abbondante dose di sangue freddo ed improvvisazione, come nei giorni delle prove scritte, ché alle due dovevo scappare perché mi aspettava un bellissimo turno al lavoro. Non salverei la moda, per l’amor del cielo, non salverei l’atmosfera generale di transizione. Non salverei la mia non-vita amorosa. Di certo, da quel biennio incerto, immaturo, acerbo, targato Myspace, ci tirerei fuori i Panic! At The Disco, dei gioiellini che hanno allietato le mie giornate diciottenni. Loro che, miei coetanei oltreoceano (Las Vegas), invece di sbattersi tra esami di stato e finanze ridotte, nel 2005 erano celebrità di Lastfm e facevano uscire l’album “A Fever You Can’t Sweat Out”: di sicuro uno dei dischi più sottovalutati di questi ultimi anni. Come se essere giovani, carini, incredibilmente talentuosi, sia un difetto e, di conseguenza, una condanna. Quelle zie zitelle col neo peloso sul mento di Pitchfork diedero un memorabile 1,5. Brendon Urie, cantante, ha oggettivamente una voce che rasenta la perfezione – forse troppo? – e questo probabilmente deve aver infastidito gli addetti ai lavori, sempre alla ricerca di artisti “bruttini” da innalzare a geni della musica.

Panic! At The Disco, beh, già dal nome ci viene suggerito il loro genere, o parte di esso. A Fever You Can’t Sweat Out è un disco che con i suoi 6 anni di età non sfigurerebbe tra le “nuove uscite” sugli scaffali dei record stores di oggi. Pop e rock farciti di elettronica, cosa c’è di più attuale? L’elettronica stessa forse? I videoclip sono elaborati e teatrali, un po’ emo (perdoniamo loro questo aspetto perché, dopotutto, era il 2006) e un po’ timburtiani. Con un rapido cambio di bassisti, il quartetto è pronto per il bis: “Pretty. Odd.” esce nel 2008 e, se vogliamo, è il disco più folkeggiante della band, ma senza dimenticare i tratti distintivi e caratteristici degli inizi. Grande novità, di sicuro, è l’esordio della voce del chitarrista Ryan Ross, tenera e dolce, con l’unico difetto di essere piazzata di fianco a quella di Brendon, sempre imbattibile. Gli scazzi all’interno della band devono essere stati troppo pesanti: ed ecco che proprio Ryan Ross e Jon Walker (bassista) abbandonano la band per formarne un’altra: The Young Veins, che purtroppo nel giro di un anno si sfalderà. I sopravvissuti Urie e Smith (batterista) non si perdono d’animo e si mettono al lavoro per il terzo album in studio: “Vices and Virtues”, uscito ad inizio 2011. Il disco è un ritorno alle origini della band, in parte anche dovuto all’allontamento dello stesso Ross, il componente più legato a sonorità del passato. Vices and Virtues è come osservarci allo specchio, siamo sempre noi, solamente più grandi. Gli amici vanno, alcuni tornano, le zie zitelle col neo peloso sul mento restano, e noi continuiamo a crescere. Sarò impopolare.

23 Agosto, Rocca Malatestiana, Cesena.