di Richard Lowenstein, 2001

Se a trent’ anni suonati condividete la vostra abitazione con dei semi-sconosciuti e non riuscite a farvi una ragione della viziosa indolenza con cui lasciano che l’entropia si impadronisca degli spazi comuni, non disperate: poteva andarvi peggio.
Ad esempio potevate essere voi Danny, il protagonista del film di oggi.
Per cui se ora siete all’apice della disperazione nel buio della vostra cameretta e potete udire distintamente l’urlo di vendetta che proviene de profundis dal vostro portafoglio, guardatevi questo film e godetevi il picco di endorfine.
E morì con un felafel in mano è la storia di un vero e proprio viaggio “da fermo” compiuto dal protagonista Danny – l’imperturbabile Noah Taylor – e della sua Via Crucis a ritroso nel fantastico mondo del co-housing, attraverso la descrizioni delle sue tre ultime sistemazioni: gli appartamenti numero 47, 48 e 49.
Ciascuno di essi è costellato di personaggi surreali ed esilaranti: attricette, neonazisti, sette, tossici e storie d’amore tanto tenere quanto improbabili.
La regia procede per flashback, la narrazione allenta i legami e preferisce tagli di montaggio estemporanei e conchiusi in se stessi alla fluidità del racconto.
Questo procedimento strizza l’occhio più o meno consapevolmente (e senza volersi arrischiare in paragoni impopolari) al giovane Tarantino de Le Iene o al procedere per episodi sospesi nel tempo e spezzati nello spazio della nouvelle vague.
Quello che è certo è che si ride dall’inizio alla fine, ma di quelle risate belle che ti sembra di non aver sprecato poi i soldi  per il nuovo dentifricio sbiancante.
Tra dialoghi surreali (Danny a Sam : “Vuoi sposarmi?”- “Non posso, tra un pò devo uscire.”)e indigesti spuntini mediorientali, il regista descrive una generazione, quella dei trentenni, annoiata e persa, in un’Australia che si lascia intravedere solo attraverso una finestra.
Se non siete ancora convinti, eccovi il solito rinforzino: una colonna sonora spa-zia-le che fa suonare assieme The StranglersGoran BregovicMoby e Wagner, U2 e Nino Rota.
E poi una perfetta versione live di The Mercy Seat di Nick Cave a rendere ancora più epico un già teatrale tentativo di suicidio in vasca da bagno.
Ora che ci penso bene, è casa vostra ad essere troppo ordinata.