Di William S. Burroughs e Jack Kerouac.

Questo libro nasce da un omicidio. William S. Burroughs e Jack Kerouac in quell’afoso agosto 1944, erano entrambi a conoscenza dei fatti, del nome e del volto dell’assassino, persino del movente. Eppure non fanno niente. Aspettano buoni buoni che la polizia venga a bussare alla porta dei loro disordinati appartamenti.
Il corpo che verrà ritrovato gonfio e livido nel fiume Hudson è quello di David Kammerer,  il colpevole invece risponde al nome di Lucien Carr, ha ucciso l’amico con un coltellino svizzero, esasperato dalle avances ripetute di David.

Burroughs e Kerouac li conoscevano bene entrambi: avevano condiviso sbornie, donne, uomini, appartamenti, poesie e sigarette. Forse, restando immobili di fronte alla potenza degli eventi, gli era sembrato di assecondare il caos dell’universo, di non far niente per disturbarlo.
Furono incriminati per non aver parlato, ma a bocca serrata scrissero un libro catartico, a quattro mani, impersonando i loro alter ego a capitoli alterni, denunciando ogni dialogo, descrivendo ogni dettaglio, ogni palazzo, ogni sogno, ogni vicolo buio di quella faccenda.

Oggi, a distanza di anni, Adelphi pubblica le loro parole, da un lato sintomo del desiderio di espiare quella colpa, dall’altro simbolo della generazione indolente e tormentata di cui erano parte.
La loro scrittura jazz è fatta tutta di azioni che si susseguono rapide come una bossa nova e serrate come in un poliziesco, si ferma tutto quando compare inaspettata la più solenne delle riflessioni, a spezzare il ritmo frenetico dei personaggi, come una porta che sbatte di colpo nel corridoio.

Il romanzo (ma forse dovrei dire la cronaca) è ambientato in una torrida New York degli anni ’40, al tempo in cui tutti gli italiani erano “mangiaspaghetti” e si cercava di imbarcarsi su una nave solo per noia, o per raggiungere Parigi. Tutto è vivo e pulsante come una fotografia, protagonisti sono quel gruppo di ragazzi vigliacchi e persi, leggeri come ombre, per i quali la vita è appesa a un sì o a un no, sul bordo di un cornicione, quasi non gli appartenesse, quasi fossero vivi e morti per caso, per un tiro di dadi.
Tutta una vita ad arrangiarsi. Cercare soldi da procurarsi per comprare droghe o alcol a buon mercato e poi altri soldi per mangiare e riprendere il controllo e poi altri ancora per perderlo nei bar e ricominciare daccapo.

Una generazione che sembra trascinarsi nell’attesa che qualcosa di grosso accada dinanzi ai loro occhi, ma che poi, quando qualcosa finalmente accade, se lo lascia scappare, distoglie lo sguardo, si gira dall’altra parte nel suo letto sudicio, resta paralizzata sulla sedia di un bar o è troppo ubriaca per arrivare in orario.
Troppo stanca per vivere o morire.

«Sai» dice Ryko a Phil subito dopo l’omicidio «io lo sapevo che non saremmo partiti, perché non sognavo mai il mare».
L’ultima moneta della giornata cacciata nel jukebox per ascoltare Waiting for the sunrise.