In un recente studio pubblicato dalla rivista americana Child Development si sono analizzati i risultati dell’iniziativa Draw a scientist negli ultimi 50 anni. I dati riguardano la percezione degli stereotipi di genere nei bambini di scuola elementare ai quali veniva chiesto di disegnare uno scienziato senza altri elementi, lasciando solo lavorare la loro fantasia. Se nel 1983 solo l’1% dei bambini disegnava una donna, negli ultimi 5 anni i dati sono cambiati: il 28% dei disegni raffigura donne col camice bianco o in un laboratorio o intente a guardar stelle con un telescopio. (Questo lo studio ufficiale)

Cosa avrà innescato questo cambiamento? Molti fattori, ma in pole position c’è il racconto che si fa delle donne, quello dei media (un esempio: il cinema con Il diritto di contare), le famiglie e, inevitabilmente, i libri.

Che sia un vero e proprio boom quello dei libri che raccontano storie di donne nella scienza è evidente a tutti, quello che è meno evidente, però, è l’effetto che questi libri hanno sulle bambine e bambini a cui li regalate e li leggete.

Spostiamo l’attenzione dal numero e focalizziamola sui contenuti. Ben venga il moltiplicarsi di progetti di qualità, ben venga la possibilità di raccontare di matematiche, antropologhe, vulcanologhe e astronaute a bambine e ragazze. L’insegnamento più prezioso sarà comunicare loro che la scienza non è un territorio maschile, la scienza è di chi ha passione, donna o uomo che sia.

In questo panorama si inserisce una nuova uscita bellissima, Ragazze con i numeri. Storie, passioni e sogni di 15 scienziate di Editoriale scienza, un volume scritto da Vichi De Marchi e Roberta Fulci con le illustrazioni di Giulia Sagramola. Il volume festeggia i 15 anni della collana Donne nella Scienza raccontando le storie di 15 donne che hanno avuto a che fare con i numeri, la scienza e la lotta per il loro posto nel mondo. C’è Valentina Tereshoka, astronauta, Rita Levi Montalcini, neurologa e ricercatrice, Maryam Mirzakhani, matematica, ma anche Laura Conti, ma madre dell’ecologismo italiano e Katia Krafft, vulcanologa dal destino sfortunato. Un coro di voci per un progetto di pregevole fattura per la qualità di scrittura, più corposa e per scelta tutta in prima persona, e il valore aggiunto del tratto di Giulia Sagramola che illustra ogni singola storia e ritrae le protagoniste col suo tratto inconfondibile, a sottolineare come

il connubio illustrazione/parole sia fondamentale per questo tipo di progetti.

Sono proprio Vichi De Marchi e Roberta Fulci, le due autrici, a raccontarci in prima persona il progetto e i suoi tratti distintivi.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un fiorire senza precedenti di pubblicazioni per bambine e ragazze che raccontano le vite di donne di talento, geniali o dalla grandissima forza di volontà. Cosa distingue “Ragazze con i numeri” dagli altri progetti analoghi?
In “Ragazze con i numeri” raccontiamo la vita di donne la cui caratteristica comune è di essere donne di scienza che si sono distinte per il loro fondamentale contributo in questo ambito. C’è, dunque, una scelta di campo specifica all’interno di una collana, Donne nella scienza, nata quindici anni fa che ha anch’essa una forte caratterizzazione. Si tratta di biografie di scienziate come Marie Curie, Dian Fossey, Margherita Hack, Lise Meitner, per citare alcuni nomi. “Ragazze con i numeri” con le sue 15 biografie è una strenna, un regalo per i 15 anni di tenacia della casa editrice Editoriale Scienza, pioniera in questo settore. Oggi ci sono molti libri che raccontano il protagonismo delle donne. È un fiorire utile, stimolante, che abbraccia molti e diversi campi; donne artiste, letterate, politiche, attiviste, anche scienziate. Il nostro lavoro si inserisce in un filone più specifico che speriamo offra anche modelli positivi alle ragazze che vogliono intraprendere studi in ambito scientifico.

Che tipo di lavoro viene fatto sulle fonti per ricostruire la vita delle protagoniste?
Alcune delle nostre protagoniste, come Margaret Mead, Laura Conti e Jane Goodall, sono a loro volta autrici di libri. Quando hai a disposizione fonti così preziose naturalmente ne approfitti, perché nulla vale la testimonianza diretta della persona che racconti – non solo per i contenuti, ma anche per farti un’idea del personaggio. La vita di Maria Sibylla Merian, essendo vissuta in epoche più lontane, è stata meno facile da ricostruire, così come Tu Youyou, la dottoressa cinese che scoprì il rimedio per la malaria: su di lei le notizie sono poche anche perché nella cultura cinese il merito individuale è molto poco valorizzato. Ma il web è una risorsa inesauribile e molto variegata. Due esempi su tutti: i video su Youtube con Katherine Johnson, che lavorò a lungo alla NASA come matematica e a quasi cent’anni rilascia interviste divertentissime oppure le immagini girate nel pieno delle eruzioni vulcaniche dalla vulcanologa Katia Krafft che su un vulcano ha perso la vita.

Sono storie per ragazze, ma ci si augura che anche i bambini e i ragazzi si appassionino alle vite di queste eroine. Qual è il segreto, se c’è, per scrivere storie accattivanti per entrambi?
Sì, speriamo siano lette da maschi e femmine. Non ci sono particolari segreti nella scrittura se non la capacità di narrare vite che sono avventurose, piene di sfide, di incognite. Le “Ragazze con i numeri” si muovono in ambiti maschili, devono superare mille ostacoli. Talvolta le loro vite sono molto più rocambolesche di quelle dei maschi. Da questo punto di vita, e in una prospettiva letteraria, offrono un ricco materiale narrativo. Nel leggere queste biografie, i maschi scopriranno che la scienza non è solo appannaggio degli uomini, le ragazze, invece, avranno la conferma che possono muovere passi più sicuri nel tempio della scienza perché altre prima di loro le hanno precedute aprendo sentieri percorribili.  

La narrazione di Ragazze con i numeri è tutta in prima persona. Come mai questa scelta stilistica? Come si scongiura, eventualmente, che il racconto finale della vita e le opere di queste donne risulti edulcorato o “favolistico”?
L’uso della prima persona ci ha permesso di costruire una narrazione più coinvolgente. Calarci nei panni delle nostre scienziate dal punto di vista strettamente linguistico era un modo per avvicinarci meglio a loro anche su altri piani. Un narratore in prima persona sa tutto quel che accade nella mente del protagonista; nel nostro caso naturalmente non poteva essere così, ma il semplice parlare in sua vece ci scatenava automaticamente un sacco di domande su come avrebbe agito, pensato, parlato. Molte storie vere sono “favolistiche”, e tutto sommato meglio così. L’espediente forse più fiabesco del nostro libro è l’idea di Sophie Germain di fingersi uomo per poter frequentare l’Ecole Polytechnique, un fatto accaduto realmente.

Qual è l’aspetto che preferite del lavoro fatto su Ragazze con i numeri?
Vichi De Marchi: Di una vita mi piace cogliere l’essenza attraverso molte letture, individuare i momenti decisivi di quella vita e tradurli in un racconto fedele e avventuroso, che si legge come un romanzo. Non sempre è facile ma è il bello della sfida di narrare le vite degli altri.
Roberta Fulci: A chiunque voglia imparare qualcosa, consiglio di scriverne. Per “Ragazze con i numeri” ho imparato cose nuove a un ritmo forsennato, ed è incredibile come qualche aspetto di ognuna delle donne che ho raccontato mi sia rimasto addosso. Una bellissima sensazione!

Per approfondire

Donne, scienza e quel continuo bisogno di legittimazione

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Il diritto di contare, la storia di Katherine Johnson

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