Comincerei con una domanda diretta: ma le donne nella scienza hanno ancora bisogno di essere legittimate? Perché ci stupiamo ancora se ricoprono certi ruoli? Subito un esempio pratico.
Si chiamano Women in IT awards i premi britannici dedicati alle donne inglesi che si sono distinte per la ricerca e l’innovazione tecnologica. Qualche giorno fa durante l’ultimo evento annuale Sir Alex Younger, capo dei servizi segreti inglesi, ha rivolto un invito esplicito alle donne presenti che suonava più o meno così.

Fate domanda per i servizi segreti, entrate nell’MI6! L’agente Q ne sarebbe molto contenta, lei è una donna come voi.

Breve premessa: l’agente Q è la mente scientifica dietro i “gadget” tecnologici degli agenti segreti inglesi, la capa suprema della scienza applicata allo spionaggio.

Apriti cielo! Il mitico Q agent da sempre uomo nell’immaginario di tutti, complici i romanzi di Ian Fleming e i film di 007, non è affatto un nerd occhialuto alla Ben Wishaw o un saggio scienziato di mezza età, vedi il mitologico Desmond Llewelyn dei primi film della serie. L’agente Q è una donna preparata, esperta, creativa.
Ma ritorniamo all’invito di Sir Alex Younger, cosa implica una rivelazione di questa portata? Forse le donne hanno ancora bisogno di essere legittimate, in qualche modo, per risultare credibili come scienziate? Sono le donne stesse ad auto- delegittimarsi?

Quante di voi avrebbero immaginato, senza suggerimenti esterni, che fosse proprio una donna a ricoprire una posizione così di rilievo?

Io per prima non ci ho pensato e sono molto delusa da me stessa. Io che sono un fisico, io che sono stata a contatto per anni con studentesse, ricercatrici, docenti, dottorande e “tecniche” di laboratorio.

Donne e scienza tra grandi eccellenze e storie nascoste

È che ce l’hanno inculcato ben bene: gli uomini sono politici, dirigenti d’azienda, professionisti, scienziati, scrittori, finanzieri. Le donne, invece sono belle, attraenti, sexy, soubrette, a volte diventano delle eccellenze, ma già se si sospetta che siano scrittrici di successo mondiale cominciano tutti a mormorare (vi ricordate il caso sull’identità di Elena Ferrante?) Figuriamoci se possiamo accettare facilmente il concetto di donna di scienza. Praticamente perpetuiamo gli stessi stereotipi contro i quali combatteva Rita Levi Montalcini, solo che quelli erano gli anni ’30. Eppure adesso ci sono figure di riferimento: la senatrice a vita, nonché farmacologa e biologa Elena Cattaneo, Fabiola Giannotti, fisica e direttrice generale del CERN di Ginevra, Amalia Ercoli Finzi, accademica, scienziata e ingegnere aerospaziale e la mai dimenticata astrofisica Margherita Hack. Ma queste sono solo la punta di un iceberg fatto di donne capaci, testarde, protagoniste del mondo scientifico italiano e internazionale.

Capita proprio nel momento giusto, allora, Hidden Figures (in italiano Il diritto di contare) libro appena uscito in Italia per Harper Collins e omonimo film pluricandidato agli Oscar in arrivo nei cinema italiani per l’8 marzo. La storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Winston Jackson, matematiche afroamericane che negli anni ‘50 lavoravano attivamente sui progetti NASA dell’epoca, ma lo facevano abilmente nascoste all’ombra di stereotipi di genere e razziali. Il film ha avuto un successo enorme negli Stati Uniti e lo testimoniano non solo le nomination agli Oscar e i premi già vinti, ma anche il movimento che ha ispirato. Tantissime ragazze che si interessano sempre più a una carriera in ambito scientifico e le associazioni che regalano il libro alle bambine, diffondono il messaggio del film per raccontare un punto di vista nuovo sul binomio donne e scienza.

hidden figures il film

Ma perché ci deve essere sempre un intervento esterno che ci dica cosa possiamo o non possiamo fare? Chi ci vieta di scegliere lauree in fisica, matematica, ingegneria senza sentirci strane o particolarmente coraggiose? E non venitemi a dire che è tutta una questione di statistiche, che sono i cervelli maschile e femminile a non funzionare nella stessa maniera. Smettetela di dirmi che gli uomini sono più portati per i calcoli perché non è vero.

Cosa insegnare a noi stesse e alle nostre figlie

Qualche giorno fa la rivista Science pubblicava uno studio secondo il quale gli stereotipi di genere sulle capacità intellettive emergono molto presto nei bambini influenzando per sempre poi le scelte successive. Secondo lo studio le bambine già a 6 anni cominciano a dare per scontato che la categoria “Geni” sia esclusiva dei maschi e tendono consapevolmente a evitare tutte quelle attività che ritengono troppo intelligenti. Il risultato di questo modello di pensiero è che le scelte di carriera successive si modellano su una base unica: un uomo sarà sempre più sveglio e bravo in matematica, la donna è invece destinata ad attività di altro genere. Cosa porta, però, una bambina di 6 anni ad avventurarsi così giovane negli stereotipi di genere? Un riflesso incondizionato di molti adulti: si tende a insegnare il concetto di modestia più alle bambine che ai bambini. La regola della modestia implica semplicemente che una donna non deve vantarsi delle proprie eccellenze, un volgarissimo “vola basso perché sei femmina” ripetuto sin dalla più tenera età.

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Niente di più naturale e logico.

Il messaggio, quindi, è uno solo: diamo alle bambine la possibilità di scegliere cosa preferiscono e lasciamo che abbiano gli stessi strumenti dei coetanei maschi. E se poi non hanno nessun interesse a diventare agenti Q, premi Nobel, ricercatrici nei sottoscala delle università italiane o dottorande in prestigiose università estere poco male, sarà la libertà dagli stereotipi a fare la differenza nella loro e nella nostra vita.

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Illustrazione di Nadia Sgaramella per Cosebelle Magazine.

Per approfondire:

Gender stereotypes about intellectual ability emerge early and influence children’s interests 

Young girls are less likely to believe their gender is brilliant as they age 

Hidden Figures’ Is Already Inspiring More Girls To Go Into STEM 

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