Homo homini lupus

Ve l’ho detto, quando fuori ci sono 40 gradi io mi rintano nella mia caverna e guardo film freschi. Potete provare a dissuadermi ma una commedia, anche se girata al polo nord, mi fa sudare, e lo sforzo di ridere mi priva di quel contegno zen che mi permette di non sprecare in fiumi di liquidi la mia dose giornaliera di Polase. Con le commedie mi sbrago, mi si gonfiano i capelli, mangio del gelato in vaschetta. No, le commedie vanno viste d’inverno. In accordo – ne sono certa – con la mia teoria per la quale la dose di humour dev’essere inversamente proporzionale alla temperatura esterna percepita, il digitale terrestre, nella sua somma saggezza, mi ha mandato Dogville. Meglio di una doccia fredda.

L’avevo già visto ma mi aveva talmente scioccato che l’avevo rimosso. E poi io i film li devo vedere due volte, almeno. Sì perchè la prima volta che guardo un bel film tendo a seguire il filo delle mie riflessioni e mi ritrovo ai titoli di coda come alla fine di un viaggio lisergico. La seconda volta, invece, mi concentro sui dettagli (forse troppo) come sotto metanfetamine. In ogni caso è un trip. Spesso, quando mi confronto con altre persone, mi chiedo che film abbiano visto loro che sanno i nomi dei personaggi e tutta la trama. Per me è più come essere immersi in una vasca di privazione sensoriale. E uscire dicendo “Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”, anche se erano proiettate dal premiato cinema della mia testa. Che è multisala.

Dubitando che queste mie riflessioni approdino sugli scaffali fieramente al fianco de La Teoria generale del montaggio di Ejzenstejn, vi parlo del film. Improvvisamente arriviamo a 4° nel mio salotto rovente.

Terreno di livida lavagna, segnato col gesso come fanno le insegnanti coi bambini. Pochi tratti ad indicare lo spazio, righe bianche come muri, che debbono essere invisibili perchè tutti possano vedere. Un minuscolo paese, questo è Dogville, l’Ubercity, città della mente, esempio di comunità. Il cielo è nero di notte e bianco di giorno, nessuna nuvola ad indicare la presenza della natura, un cielo di cartone, falso come la menzogna.

Tutta la storia sa di esperimento sociologico, saggio filosofico di Lars Von Trier volto a verificare l’assunto del vecchio Thomas Hobbes: “La condizione dell’ uomo é una condizione di guerra di ciascuno contro ogni altro”. L’uomo è un lupo per gli altri uomini, siamo animali, una città di cani affamati e opportunisti. L’ottimismo di Von Trier è quasi commovente. Tutto funziona per inesplicabili equilibri di dominio ipocrita e finta soggezione. Tutto funziona finchè non arriva Grace (Nicola Kidman), La Grazia. Grace è bella di quella bellezza che va distrutta, Grace è pura della forza del perdono, piena di grazia per l’appunto. Chi si eleva sopra l’altrui debolezza finisce in un rogo, o sulla croce. Il peccato di presunzione è il più punito della storia.

L’apertura iniziale si trasforma presto in smania di potere. Quella follia cieca d’aguzzino sul prigioniero inerme. La bruttezza dell’animo esplode dai muri d’aria a contatto con la remissività di Grace. Una certa qual fame di vedere fino a che punto la cagna in questione lecca la mano del padrone che la bastona. Pian piano Grace viene espropriata di tutto: libertà, diritto e infine del suo proprio corpo. Violarla nel corpo e tanto più brutalmente quanto la sua mente resiste, possederla, ridotta ad animale dalla legge di natura che alberga nel cuore dell’uomo.

L’unico al quale Grace non si concede è Tom (Paul Bettany), il buon filosofo. Tra il Candido di Voltaire e il Buon Selvaggio di Rousseau. Si rivelerà il peggiore di tutti, per aver permesso, mascherato con le vesti dell’Amore, che tutto ciò accadesse.

Von Trier è un pò nazi. Si sa. Dall’inizio alla fine ci stilla nel cuore lo stesso odio nero e liquido che i cittadini provano per la bella Grace. Ci fa chiedere perchè tace, perchè non si ribella, perchè non urla, perchè non piange. E anche noi vorremmo punirla, come si fa cogli indifesi. Grace è una specchio in cui guardarsi e trovare ciò che non saremo mai. Sul suo volto appare ciò di cui siamo capaci. E per Lars, alla fine, come su Sodoma e Gomorra, arriverà per tutti noi, inesorabile, la punizione. I deboli si trasformeranno in forti e faranno scempio di noi. Perchè questa è la natura dell’uomo.

Tale conclusione, mi permetto di dirlo, mette fine ad ogni discorso di natura morale. Se questa è la nostra natura, non possiamo evitarlo. E caro Lars, così si giustificano i crimini peggiori.

In mezzo ai lupi, rimane un cane, sopravvissuto alla strage. Non sarà Grace a mettere fine alla sua vita, gli animali più pericolosi sono già tutti morti.

E voi, dal canto vostro, siete convinti di essere “brave persone”? O vi sareste comportati come Dogville, se solo ne aveste avuto l’opportunità?