“Lo senti il pavimento sotto i tuoi piedi?”
È il mio terapeuta a chiedermelo, il secondo che ho avuto il piacere di conoscere negli ultimi tre anni. Mi sta insegnando una particolare tecnica psicomotoria chiamata grounding: attraverso la percezione del pavimento sotto i miei piedi posso convincermi che, nei momenti di panico, stress come anche in quelli di maggiore calma, c’è sempre qualcosa a sorreggermi. Eppure, nonostante io non soffra di malattie che me lo impediscano, non sento nulla. So di essere da qualche parte, in piedi, vestita con gli abiti che maggiormente mi fanno sentire al sicuro in questi mesi, un paio di jeans, una felpa larga e accogliente e le sneakers che si infilano al volo, senza dover dedicare troppo silenzio a me stessa mentre le allaccio.

Sono stata la bambina con il terrore di rimanere da sola in fila al supermercato mentre un genitore o parente cercava le ultime cose, sono stata la compagna di classe che non veniva mai accolta all’uscita dai genitori ma da una persona X che mi passava a persona Y, sono stata la figlia che si sbrigava a comprare abiti per non testare eccessivamente l’irritabilità di sua madre nei centri commerciali, sono stata la studentessa che per mancanza di fiducia in se stessa ha lasciato prima una e poi un’altra facoltà, sono una donna che soffre di disturbo da stress post-traumatico.

Se poteste ascoltare la mia voce mentre affermo di avere una malattia mentale, la sentireste ferma, decisa, senza alcun velo di vergogna, perché non conosco stigma come la gran parte della società in cui vivo, perché non sono la mia malattia, perché so che un giorno questa esperienza mi sarà utile.

Mi saranno utili questi mesi trascorsi dentro la mia camera a guardare la vita scorrere tra il fiato corto e il battito accelerato premonitori di un attacco di panico imminente, mi sarà utile la paura di camminare da sola tra la gente, di non essere vista o compresa, mi sarà utile raccontare ogni volta la mia storia, i miei sintomi e vederli sminuiti, mi sarà utile tutto quel pianto interminabile dettato dall’impotenza.

Immagino il giorno in cui seduta davanti ad un tavolo potrò raccontare alle persone che in pochi sanno che un trauma non è solo una bomba che esplode, un evento sovraumano, delle volte è anche una famiglia che si spezza, un genitore che se ne va, la terra che trema, un contatto fisico non desiderato e forzato. Il trauma è come provare a mettere d’accordo tantissime persone su un argomento tanto vasto, di cui non esiste una sola definizione. A tenerci uniti da un unico fil rouge, noi affetti da PTSD, sono i sintomi che condividiamo: il petto che pesa come un macigno, il fiato che non sembra abbastanza nemmeno per chiedere aiuto, le gambe che sembrano della consistenza della gelatina, il cuore che batte come un tamburo, i rumori amplificati che fanno paura e ancora, ancora, ancora.

Non sono stata in guerra, ma lo sono ogni giorno, con me stessa, con il mondo, con la vita, sono Davide davanti a Golia senza sapere di avere in mano una fionda potentissima, il tempo, che scorre, che passa, che porta via. Non sono né vittima, né carnefice, ma prigioniera in qualche parte del mio mondo interiore. Non sono ferita, sono un essere umano che usufruisce del suo diritto a provare paura, rabbia, dolore, rancore, senza alcuna vergogna.

L’illustrazione che racconta visivamente il disturbo da stress post traumatico è di Sara Zanello.