La centrale di Battersea rischia l’estinzione.
Non ho la stoffa della cronista (sono troppo lenta e nostalgica), né la competenza dell’architetta, né la lungimiranza e il senso pratico che, almeno in teoria, dovrebbero competere agli amministratori locali.
Ho una laurea in storia dell’arte, questo sì, ma soprattutto ho un grande amore per Londra (non si era capito), e in particolar modo per quella sua anima veteroindustriale di primo Novecento, quando ancora si credeva nell’avanzamento di un progresso che avrebbe portato benessere e felicità a tutti indistintamente.
Ecco i motivi per cui questo post arriva dopo che si è ampiamente parlato del possibile smantellamento della Battersea Power Station. Che cosa ne sarà non è ancora chiaro: chi la comprerà, se verrà distrutta o ristrutturata, sostituita da appartamenti o da un centro commerciale, o magari trasformata in museo, come è avvenuto per la sorella Tate Modern.
Non so quale sia il miglior progetto, il più degno o utile futuro per questa centrale elettrica da tempo dismessa, che compare fin dalle prime memorie dei moltissimi miei arrivi a Londra, come imponente relitto avvistato dalla ferrovia, così come sulla copertina del famoso disco dei Pink Floyd (che io, appunto essendo lenta e nostalgica, possiedo solo in formato cassetta, da moltissimi anni).

La mia dunque non è l’opinione dell’esperto, né la proposta del politico, ma solo la speranza, per quel che può contare, che questo monumento della mia Londra immaginaria e affettiva non scompaia.