LA CARTA DA PARATI E DUE QUALCUNO

Entrarono in quella casa disabitata intorno alle undici. Una scia di sole polveroso filtrava dallʼenorme finestra del pianoterra, dritta verso un punto preciso della parete di fronte, come se volesse proiettarvi un film pieno di segreti, ricordi felici e pungenti nostalgie.

La coincidenza non mancò di sorprendere Elise, già dal piccolo giardino antistante lʼentrata. Pensò a quella casa come ad unʼimmensa quinta sul nulla, un poʼ come lo erano stati i lunghi diciottʼanni in cui lʼaveva abitata. Mentre procedeva titubante – Ethan davanti a lei – provò un movimento contrario: voleva entrarci e, al tempo stesso, correre lontano da lei, il più in fretta possibile.

-Ethan, forse non è il caso… – ebbe modo di sussurrare sulla soglia, ma lui aveva già spalancato la porta e si trovava di fronte alla parete a fiori. Mani sui fianchi, gambe divaricate e sguardo perso in qualche calcolo che, a giudicare dalle espressioni del viso, pareva incomprensibile anche a lui.

– Maledizione, è rimasto tutto comʼera! – le disse, continuando a mantenere la posizione del turista pingue che ammira il panorama in calzini e sandali ortopedici.

Fu in quel momento che anche lei poté rendersi conto che tutto, lì dentro, odorava come dieci anni prima. Gli spettri dei libri alle pareti, certi aloni del tempo sulla moquette e persino unʼaureola di bruciato sul muro, traccia di una lampada dimenticata accesa. Poi la carne alla griglia di certe domeniche da famiglia per bene, le infinite sigarette della madre e il primo dopobarba del fratello, una spremuta sintetica di tutti i pini della foresta. Elise si rivide con il fratello, entrambi seduti ai piedi del divano, di fronte allʼenorme televisione che troneggiava in salotto. Provò lo stesso fastidio con cui, ogni sera, sempre prima del telegiornale, attendeva le urla dei genitori. Il padre che tirava in mezzo tutti: la società, i superalcolici, il Vietnam; e la madre che ad un tratto si faceva silenziosa – il silenzio dei cinque minuti prima dellʼuragano – e poi guaiva, come un cagnolino finito sotto la macchina.

Iniziò a sentire la testa pesante: troppe voci, troppi fantasmi, troppe tracce. Appoggiò una mano alla parete e avvertì il solco di alcuni graffi sotto i polpastrelli.

-Pazzesco, Elise! Mi ricordo tutto quello che abbiamo fatto in questa casa. Ogni piccolissimo particolare.

-Ma se non sai neanche cosʼhai mangiato oggi a pranzo! – replicò lei in tono amorevole, continuando ad accarezzare la parete.

-Mi permetto di contraddirti.

-Sentiamo, cosʼhai mangiato?

– Non essere evasiva, si parlava della casa. Per esempio, questa carta da parati lʼha fatta mettere tua madre almeno tredici Natali fa…

-Precisione, Ethan Schmil, precisione! Tu non hai mai festeggiato il Natale e adesso ci misuri il tempo?

– Ok, erano quindici anni fa e, a dirla tutta, io ho sempre invidiato il vostro maledetto albero di Natale! Comunque, ricordo che sono entrato in casa per studiare con tuo fratello e ti ho vista seduta su quelle scale: eri così arrabbiata! Si capiva lontano un miglio che fingevi di ascoltare la musica per non darlo a vedere.

-Sono colpita, continua!

-Ricordo di aver pensato che quella carta da parati fosse stucchevole, eppure adesso la guardo e mi pare bella…

-Stavo giusto accarezzando i graffi con cui la incidevo di nascosto da mia madre. Volevo fargliela cadere a pezzi, tutta insieme: in un giorno come tanti, una colpo dʼaria avrebbe fatto sbattere una finestra e i pezzettini di carta sarebbero volati per la casa, fino a cadere sulla moquette. Ma ora che la guardo… Non so come dire… piace anche a me.

-E se non sbaglio è stato quello il Natale in cui ti ho baciata… Sesto gradino di questa scala. – Ethan iniziò a sbracciarsi per indicare direzioni e traiettorie. – Tua madre era in cucina e canticchiava Frank Sinatra…

-Dean Martin.

-Dean Martin. Mentre tuo fratello disse che andava in bagno a svuotare la pagnotta… sempre stato un poeta, tuo fratello…

-Impossibile!

-Impossibile che svuotasse la pagnotta?

-No!! Mi riferivo al bacio: a quel tempo eri cresciuto tutto di braccia e di gambe… Non ti avrei mai baciato.

-Scusa?

-Sì, eri oblungo, non ti fermavi più! Ogni tanto ti guardo le spalle e mi chiedo: ma come diavolo ha potuto riempirle in quel modo?

Procedettero con velocità nellʼesplorazione del piano di sopra, entrambi persi nellʼadolescenza che distrugge le proporzioni, nelle felicità così vivide di quel tempo, che arrivano per caso, un poʼ come le depressioni improvvise, i brufoli pulsanti, gli amici che tradiscono, i sederi grossi che debordano e le spalle acute che implodono.

Si ricordarono delle confessioni serali sotto il porticato: notti estive perse tra lʼeco dei grilli e un buio che avvicinava e liberava. Allora quelle confidenze erano tesori invalicabili, guizzi che con il filtro degli anni erano divenuti pochezze tenere e inconsistenti.

Scesero le scale in contemporanea e uscirono a cercare il punto esatto in cui i loro segreti avevano consumato le tavole del portico. Lo trovarono, e Ethan provò a sedersi proprio lì, per vedere se quellʼemozione proibita lʼavrebbe abitato di nuovo. Elise no, restò in piedi: lei aveva diffidato del passato in tempi non sospetti, ancora prima che fosse presente. Era indole, non cattiva volontà.

– Ti ricordi quando dicevi: il mio sogno è di aiutare tutti? – le chiese Ethan.

Prese a tirare un vento gelido, improvviso come certe rivelazioni. Le particelle di sole gravitarono al suolo come fiocchi di neve e un flebile fruscio di alberi iniziò a far venire voglia di cose dette allʼorecchio. Cose piccole, da non ripetere.

– Oh sì, me lo ricordo…

Elise si decise a sederglisi a fianco nellʼesatto momento in cui lui si stava pensando di alzarsi. Insieme guardarono la casa gemella di fronte alla loro e seguirono il movimento convulso di un palloncino attaccato alla finestra del secondo piano.

– Eʼ cambiato tutto da allora. Le tue spalle, la mia famiglia, noi due. Non voglio più aiutare tutti, adesso. – Gli posò una guancia sul braccio. – Sono interessata a concentrarmi su qualcuno. Poco per volta. Con orecchio e cuore. Buon non-Natale, Ethan.

-A te, amore mio.

Si tennero la mano per un poʼ e il silenzio riuscì a parlare meglio di quei saggi finali da film, capaci di mettere a posto tutto. Non sistemò nulla, quel silenzio di un allora perso tra tanti altri: cʼerano due qualcuno su alcune tavole di legno scricchiolante, poi due cuori, e infine due mani. Intrecciati per un per sempre senza tempo.

Parole e foto di Camilla Ronzullo – Zelda was a Writer