David Bowie | Blackstar

La copertina di Blackstar, l’ultimo album del Duca Bianco

David Bowie è morto e il titolo di questo post è pretestuoso.
Due settimane fa, quando ho deciso che il mio 2016 su Cosebelle sarebbe iniziato con una recensione del nuovo album di Bowie, nessuno poteva sapere che questo sarebbe stato anche l’ultimo. Che le sette tracce di Blackstar sarebbero state l’argine tra il qui e il nulla.
Questo lunedì è iniziato come tanti giorni, con i gesti automatici del quotidiano: zittire la sveglia, rotolarsi giù dal letto, trascinarsi sotto la doccia. E, appena prima di uscire di casa, prendere in mano lo smartphone per un rapido, pigro, sonnolento check su Facebook dei primi post della giornata.

David Bowie morto

Ho appreso della scomparsa di David Bowie dall’aggiornamento di stato di uno dei miei più cari amici, che ha condiviso questa scena del film Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. È stato un colpo al cuore.
Non posso dire di essere mai stata una grande appassionata di Bowie, ma in quel momento avrei voluto avere accanto tutte le persone a cui voglio bene per abbracciarle forte, nell’incredulità (anche ridicola) che il Duca Bianco non fosse un essere immortale.
È vero che non sono propriamente cresciuta nell’epoca in cui le rockstar se ne andavano per un buco, per gli eccessi, per la gioventù bruciata, però non sono nemmeno pronta ad abituarmi all’idea che gli dèi dell’Olimpo del rock siano fatti di carne e sangue come tutte le altre persone. Che possano invecchiare, ammalarsi di cancro e spegnersi fiocamente in un letto di ospedale – consumarsi lentamente fino a riunirsi con le stelle, Ashes to Ashes.

Ziggy Stardust

L’8 gennaio David Bowie, al secolo David Robert Jones, classe ’47 come mio padre, aveva compiuto 69 anni e li aveva festeggiati in un modo incredibilmente rock: facendo uscire Blackstar, un album artisticamente nato sotto una stella particolarmente rifulgente. E che trasuda bowiesmo da tutti i fraseggi: non solo nell’impronta del Duca Bianco, ma nella sua voglia imperiosa di continuare a sperimentare, di scolpire una pagina di presente guidando un sofisticato amplesso tra jazz e rock. Difficile conciliare quest’immagine di semidio con quella, terrena e vulnerabile, di un uomo giunto allo stadio terminale della propria vita e deciso a viverlo dignitosamente, rifuggendo il pietismo delle masse.
How many times does an angel fall? Chissà, forse, registrando il suo ultimo disco, The Thin White Duke dava un senso viscerale al mantra I’m a blackstar. Dando per scontato che Blackstar sia stato il testamento spirituale di Bowie, l’aura di presagio e premonizione con cui questo album verrà ricordato non sminuirà la consapevolezza di come sia incredibilmente rock invecchiare e continuare a inseguire l’arte, acchiappandola per la collottola persino mentre si sta combattendo un cancro alla soglia dei settant’anni: l’artista ha sublimato l’uomo, celebrando un’esistenza così densa ed eccezionale regalandosi un nuovo disco nel giorno del proprio sessantanovesimo compleanno.

David Bowie in bianco e nero

Dopotutto, Bowie è stato una rockstar che si è concessa moltissimo. Alla musica, all’arte (in primis rendendo se stesso un’opera d’arte vivente), alla cultura pop, al cinema, alla moda, a un pugno di generazioni che l’hanno vissuto come contemporaneo di decennio in decennio.
Curiosamente, la prima canzone di David Bowie che mi è venuta in mente, lunedì scorso, è stata Little Drummer Boy, nella versione con Bing Crosby e con tanto di delizioso siparietto. Una coppia indubbiamente bizzarra che, còre a còre, intonava uno stornello destinato a diventare un grande classico natalizio.

Proprio sotto Natale, questo Natale, un po’ tutti ci siamo chiesti a vicenda che cosa ne pensavamo del nuovo singolo di Bowie, Lazarus. È una bomba, questo ci dicevamo. Ce lo diremo comunque. Anche se quel video ci dilania.
Lazzaro, ti sei ribellato a un destino ineluttabile con agghiacciante ironia, levandoti feroce nel tuo sublime canto del cigno.

Look up here, I’m in heaven.