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Pochi giorni fa abbiamo ammirato Matthew McConaughey e Jared Leto ricevere un Oscar. Uno ha baciato la moglie, con gli occhi chiusi, prima di salire sul palco e sorridere. L’altro ha abbracciato la madre, ricordandone la forza e gli sforzi, per farlo arrivare in quel teatro quella sera e poterla ringraziare. I due attori si dividevano una convinzione: che non c’è felicità se non è condivisa e che la vita va vissuta meglio che si può. Di questo parla Dallas Buyers Club.

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You only live once è un motto molto comune tra gli americani. Si vive una volta sola. E allora vivi al massimo, goditela, prova tutto, vai dovunque. Si vive una volta sola, qui da noi lo diciamo meno spesso – paese cattolico e morigerato – al massimo la nonna quando fai la dieta davanti a una teglia di lasagne. Alcuni poi, neppure ci credono che abbiamo una vita soltanto, e allora cerca di non preoccuparti, cerca di pensare che sei solo una goccia in un infinito e circolare mare.

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Ma poi chi ci crede che la vita è una ed è breve finchè non diventa poco il tempo davvero e tutti eravamo troppo indaffarati in cose di poco conto per accorgerci che è già finito. Forse solo i filosofi e i malati ci pensano in maniera ossessiva, ogni giorno. Ho una vita sola e volevo suonare il pianoforte, volevo dirglielo a mio padre che lo amo, oggi, oggi e non domani, volevo cambiare lavoro, scrivere un libro, girare il mondo e diventare una persona migliore. Dio com’è tardi, è già tardi, è finita in un soffio, domani è già domani.

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Il giorno prima sei affaccendato in cose di poco conto, vai a donne, bevi una birra di troppo, ti ronza un fischio nelle orecchie, si spegne tutto intorno. Il giorno dopo un tizio col camice bianco ti dice che hai 30 giorni, e che sono trenta giorni nella vita di un uomo, un soffio, un battito di ciglia, tra poco è già Natale. E via con la trafila delle 5 fasi del dolore, è un gran genio chi se l’è inventata: negazione-rabbia-paura-compromesso-accettazione. Sembra facile no? Sembra tutto in discesa. Accettazione. Ma come si fa a accettare di morire, come si fa a assaporare una cosa così inconcepibile come la fine di tutto, la fine del pensiero. E se hai l’HIV negli anni Ottanta, pure se sei un bel manzo da rodeo, uno che si fa sei birre tutte di fila intervallate con la cocaina, pure in quel caso, che pare non debba finire mai, ecco, credici che finirà.

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Ma se uno alla vita ci tiene, ci monta sopra a quel gran toro che scalcia e vuole stare su, più degli otto minuti che hanno deciso, più del record degli scommettitori, basta stare aggrappati come ad un ultima chanche. Se sei un figlio di puttana glielo rubi un altro giorno alla vita, prima lo fai per te stesso, poi pure per tutti quelli che figli di puttana non sono. Per quelli che hanno paura, per quelli che fino al giorno prima non li vedevi nemmeno erano solo relitti, rifiuti, deviati, uomini vestiti da donna che è giusto che queste cose capitino a loro, non a te.

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Improvvisamente sei pure tu diverso, il tuo sangue infetto, il loro sangue infetto, la tua tosse la loro tosse, la tua speranza la loro speranza. Malati e reietti, un solo esercito scalcagnato, tutti quelli che prima eran solo bestie per te, ora sono il tuo gregge, i tuoi amici. Il Dallas Buyers Club. Al trentesimo giorno, fanculo, sei ancora qui. Che si fottano le case farmaceutiche coi loro veleni, la polizia con le sue ispezioni, i giudici con le loro leggi, non c’è più frontiera, non c’è più confine per un uomo che sta per morire. Solo strappare un altro giorno, una donna, una bistecca un bicchiere di vino buono.

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E non arrendersi. Che chi si arrende muore davvero. Il toro lo calpesta e buona notte.