Non potevo chiedere di meglio per una Creative Mornings.  L’ospite dell’ultima colazione creativa è un personaggio a dir poco spaziale: l’astronauta italiano Umberto Guidoni!

Chi è Umberto Guidoni?

Nato a Roma nel 1954, si laurea in Fisica con specializzazione in Astrofisica, negli anni ’80 diventa ricercatore prima presso l’Ente Nazionale Energie Alternative (ENEA), poi presso l’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario (IFSI) di Frascati. Proprio qui all’IFSI collabora allo studio e alla progettazione del Tethered Satellite System (TSS) e, tra il 1985 e il 1988, realizza il Ground Support Equipment e si occupa dello sviluppo dei Plasma Contactors.

Nel 1990 inizia la sua corsa allo spazio, viene infatti selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dalla NASA come candidato Specialista di carico utile (Payload Specialist) per la prima missione del Satellite Tethered (STS-46/TSS-1). Viene trasferito a Houston, presso il Centro Astronauti del Johnson Space Center, dove inizia l’addestramento come PS ed entra a far parte del gruppo di scienziati che coordina, da terra, le operazioni scientifiche del Satellite Tethered a bordo della navetta Atlantis.

Due volte nello spazio

Guidoni vola nello spazio la prima volta nel febbraio del 1996, a bordo dello shuttle Columbia durante la missione STS-75, dove controlla degli esperimenti elettrodinamici del satellite Tethered che dimostrano, per la prima volta, la possibilità di generare potenza elettrica nello spazio.

Nel 2001 torna una seconda volta in orbita, a bordo dello shuttle Endeavour, durante la quale partecipa all’assemblaggio del modulo italiano Raffaello alla Stazione Spaziale Internazionale. Guidoni diventa così il primo astronauta europeo a metter piede nella ISS.

Umberto Guidoni Creative Mornings

L’intervista

Cosebelle: Due volte in orbita, cosa ricorda in particolare di quelle due missioni? Similarità e differenze?
Umberto Guidoni: Nella prima missione a bordo del Columbia c’era un esperimento che avrebbe potuto rivoluzionare il modo di rifornire di energia i veicoli spaziali. L’idea di produrre elettricità nello spazio era concettuale semplice ma difficile da realizzare. Sfruttando l’enorme velocità della navetta e il campo magnetico terrestre si voleva creare una sorta di “dinamo spaziale”, capace di generare energia elettrica proprio come avviene sulla Terra. La vera sfida era nelle dimensioni: per produrre qualche chilowatt c’era bisogno di un satellite collegato con un filo lungo 20 km che era stata ribattezzato il “satellite al guinzaglio”.

La seconda missione era invece una missione di “assemblaggio” della Stazione Spaziale Internazionale. A bordo della navetta Endeavour c’era il Canadarm2, una sorta di gru spaziale, che doveva essere montata all’esterno della stazione ed era un elemento critico  per continuare ad aggiungere nuovi moduli. C’era anche il modulo Raffaello, un container spaziale italiano da agganciare alla ISS, che conteneva diverse tonnellate di esperimenti e rifornimenti per l’equipaggio della base orbitante. Uno degli eventi che ricordo particolarmente è il colloquio con il Presidente Ciampi. Sembrava sinceramente emozionato di parlare con un connazionale nello spazio ma io lo ero anche di più, perché sentivo la responsabilità di rappresentare il mio paese e l’intero continente europeo.

Qual è stata la primissima sensazione che ha provato quando ha guardato per la prima volta la Terra da lassù?
Sono rimasto molto colpito dal fatto che, almeno di giorno, non si scorgono le tracce dell’umanità ad occhio nudo; non si vedono le metropoli né le grandi costruzioni come porti, ferrovie  o autostrade. Quando arriva il buio, invece, si distinguono benissimo le luci della città che illuminano vaste zone del pianeta. La Terra è magnifica, una splendida oasi colorata circondata da un vuoto senza fine, e fa riflettere come su quell’oasi, tanto bella quanto fragile, si giocano i destini di tutta l’umanità.

Quando ha capito che “da grande” voleva fare l’astronauta?
L’idea di viaggiare nello spazio mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzo. In quegli anni, ero affascinato dai libri di avventura e dai romanzi di fantascienza. Quando uomini in carne e ossa sono sbarcati sulla Luna, mi sono convinto che quella di astronauta poteva diventare una professione concreta, anche se molto difficile da realizzare.

Per chi tifa? La Luna, come l’Agenzia Spaziale Europea, o Marte, come la NASA?
È ragionevole pensare che nei prossimi anni la Cina ed altri paesi possano mettere piede sulla Luna, per realizzare una base sulla superficie o magari, come propone la NASA, in una posizione particolarmente stabile vicina al nostro satellite (punto di Lagrange Terra-Luna).  In particolare l’ESA ha proposto una base lunare da realizzare con una gigantesca stampante 3-D, un progetto sicuramente interessante ma ancora in fase di studio. Per me, l’obiettivo principale rimane Marte. Si tratterà di una sfida tutta nuova dove, per la prima volta, gli astronauti dovranno tagliare il cordone ombelicale con la Terra e avventurarsi nello spazio sapendo di poter contare solo sulle risorse del veicolo su cui viaggiano e su quelle che riusciranno a trovare sul pianeta rosso. Una sfida che non possiamo ignorare se vogliamo che l’umanità diventi una specie “multi-planetaria”.

Qual è la sua opinione circa l’ascesa delle aziende private, come SpaceX e Virgin Galactic, nel settore spaziale?
Per decenni i privati hanno lanciato satelliti per telecomunicazioni o per l’osservazione della Terra. La vera novità è che ora si stanno cimentando con veicoli con equipaggio che, ben presto, non saranno più monopolio delle agenzie spaziali nazionali. È emblematico che, dopo il ritiro dello Space Shuttle, la NASA non costruirà un nuovo veicolo per inviare i suoi astronauti nello spazio ma “noleggerà” le capsule costruite dalla SpaceX, dalla Boeing e dalla Sierra Nevada. L’orbita terrestre potrebbe diventare l’arena della competizione tra compagnie private mentre, almeno per i prossimi decenni, l’ente americano sarà ancora protagonista delle missioni dirette verso lo spazio profondo. Penso che i voli commerciali moltiplicheranno le opportunità di volo; in futuro ci saranno meno astronauti di professione e molte più persone che si recheranno in orbita per svolgere il proprio lavoro o magari per una vacanza. L’importante è che le aziende private rispettino gli stessi standard di sicurezza delle agenzie spaziali governative.

Umberto Guidoni Creative Mornings

Quale ritiene essere il limite, anche tecnologico, più grande per l’esplorazione spaziale?
La velocità dei veicoli è un limite enorme per l’esplorazione dello spazio. Lo Space Shuttle era in grado di orbitare intorno alla Terra a 28mila km/h, una velocità fantastica se paragonata alle velocità dei veicoli terrestri ma troppo lenta per percorrere le distanze che ci separano dai pianeti del nostro sistema solare. Il viaggio verso Marte, tra i pianeta più vicini, richiederebbe molti mesi in cui gli equipaggi sarebbero esposti a radiazioni e dovrebbero vivere in assenza di peso. Per i viaggi interplanetari avremmo bisogno di motori più efficienti, come quelli a plasma, che ridurrebbero il viaggio verso Marte a poche settimane. Anche con motori più potenti, però, la velocità della luce potrebbe rivelarsi un limite invalicabile per raggiungere le stelle, distanti centinaia o migliaia di anni luce. Possiamo sempre sperare nel motore “a curvatura” che, per il momento, funziona solo nel mondo di Star Trek!

L’ultima domanda, quella di rito che facciamo a ogni intervistato. Qual è per lei una cosa bella?
La Terra è la cosa più bella che si vede dallo spazio, perché le stelle sono comunque lontanissime e non molto diverse da come le si vede da terra. Il nostro pianeta, invece, è una meravigliosa gemma azzurra incastonata nel nero dello spazio e per questo gli astronauti l’hanno ribattezzato il pianeta azzurro. Orbita dopo orbita, le sfumature blu degli oceani si alternano al bianco delle montagne coperte di neve, deserti color ocra lasciano il posto al verde delle foreste e i riflessi dei fiumi e dei laghi si rincorrono quasi senza sosta. È un “caleidoscopio” di colori da cui è difficile allontanare lo sguardo.