Siamo state alla seconda colazione creativa organizzata da Creative Mornings Rome (il primo appuntamento era dedicato ad Empatia e neuroni a specchio) e abbiamo avuto il piacere di conoscere Federica Araco, che ci ha parlato di un argomento complesso ma importante: la transizione tra lo stato di shock a quello di resilienza.

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“Le esperienze traumatiche dell’individuo fanno parte del suo essere e non possono essere messe da parte o ignorate. Però possono essere rimosse o accettate. Se vengono rimosse, la persona si trova in difficoltà. Se vengono accettate e capite possono servire ad allargare le prospettive e a intensificare la sensibilità, fornendo la materia prima dell’accesso creativo” Alexander Lowen
Credits: Laura Santopietro

Lo shock è un evento imprevisto, improvviso e imprevedibile che sconvolge l’individuo rendendolo incapace di reagire. Ognuno di noi nella propria vita ha sperimentato almeno una volta una situazione scioccante (come una malattia improvvisa, un lutto, la perdita del lavoro, calamità naturali, ecc…), ma parafrasando Freud, non è tanto importante la causa specifica dello shock, quanto la rielaborazione emotiva dell’esperienza vissuta: infatti ogni persona reagisce in modo diverso di fronte a uno stesso evento. Il nostro corpo contiene e custodisce, sotto forma di memoria cellulare, i segreti di ogni evento traumatico.

Molteplici sono i sintomi dello shock: si va dalla difficoltà respiratoria, all’aumento del battito cardiaco e della sudorazione, all’afasia in generale, cioè all’incapacità di reagire e di parlare. Diversi sono anche i meccanismi di difesa che mettiamo in atto per compensare lo shock: acceleriamo le nostre azioni per non avere il tempo di fermarci e riflettere, ci sconnettiamo dal mondo esterno richiudendoci in noi stessi, fino a rimuovere completamente l’esperienza perché non abbiamo né gli strumenti né la forza per elaborarla. Lo shock va accettato e bisogna trasformare un’esperienza dolorosa potenzialmente devastante in un’occasione di apprendimento e crescita. Proprio qui entra in gioco la resilienza, che in ambito psicologico è il processo che permette la ripresa di uno sviluppo possibile dopo una lacerazione traumatica.

Secondo i ricercatori statunitensi Steven e Sybil Wolin per attivare questo processo bisogna innanzitutto essere consapevoli che c’è stato un trauma, quindi bisogna rialzarsi ed essere propositivi nei confronti della vita, reagendo in modo creativo con umorismo senza cadere nell’autocommiserazione. Sicuramente il nostro naturale istinto di sopravvivenza incide nel processo di resilienza, dato che facendo conto solo sulle nostre capacità cognitive e relazionali non ce la faremmo a trovare la forza per andare avanti.

Scopriamo insieme chi è e cosa fa la protagonista di questo incontro, Federica Araco.

Cosebelle Magazine: Potremmo dire che nella tua vita professionale svolgi molteplici professioni, quali sono?

Federica Araco: Sono counselor a mediazione corporea indirizzo bioenergetico e ho attivato un progetto, Ali e Radici, nel reparto femminile nel carcere di Rebibbia di Roma dedicato al personale in cui ho coinvolto anche altri colleghi della scuola di counseling SIAB (Società Italiana Analisi Bioenergetica), scuola fondata negli anni ’70 a Roma proprio da Alexander Lowen, il padre della bioenergetica.

Nel 2008 ho fondato un centro di yoga, meditazione e bioenergetica che si chiama liber@mente, sempre a Roma in zona Eur, dove organizziamo corsi, seminari, attività settimanali fisse ma anche seminari di approfondimento. Da quest’anno ho attivato un percorso di Pulsation, una tecnica di lavoro corporeo che integra elementi di meditazione con tecniche di bioenergetica e di respirazione, un processo abbastanza trasversale e ampio.

Sono anche giornalista pubblicista, mi occupo di dossier, reportage e approfondimenti con un focus specifico sull’area mediterranea e su tematiche sociali trasversali. Mi sono a lungo occupata di fenomeni migratori. Ho realizzato un progetto fotografico, Draga Mama, sulle collaboratrici domestiche moldave che vengono in Italia per lavorare nelle nostre case lasciando i figli nei loro paesi di origine. A tale proposito ho analizzato il dramma degli “orfani sociali“, così vengono chiamati in Moldova, e sugli “orfani bianchi” della Romania, che subiscono l’abbandono da parte delle madri che ovviamente vengono da noi per migliorare le loro condizioni. Questo, però, può creare delle forti lacerazioni sia nei figli che nelle donne, che, lavorando qui con questo senso di colpa, possono sviluppare una sindrome depressiva molto acuta, che viene chiamata “sindrome italiana“. L’Italia, infatti, è il paese più “badantizzato” in Europa.

C’è stato, poi, un reportage sulla diaspora curda in Italia, cioè sui rifugiati politici e richiedenti asilo curdi che vivono nello specifico a Roma, ma nell’ultimo anno ho curato anche una serie di inchieste internazionali sulle discriminazioni contro i gruppi romanès in Italia, Francia, Spagna e Turchia, indagando il fenomeno della rom-fobia che sta esplodendo con toni abbastanza cruenti e accesi.

Uno degli ultimi lavori è sui migranti dispersi, i nuovi desaparecidos, che si disperdono nelle rotte della migrazione e non sappiamo che fine abbiano fatto, non sono mappati nei naufragi, ma semplicemente scompaiono. Gli strumenti del counseling hanno certamente cambiato la qualità della mia professione giornalistica nel gestire interviste e reportage, soprattutto quando mi trovo davanti a tematiche così forti, dolorose e scioccanti.

 

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“Tutti gli esseri umani possiedono l’innata capacità di guarire dalle esperienze traumatiche. Se non l’avessero posseduta, la nostra specie si sarebbe estinta velocemente […] Il trauma è parte del processo evolutivo”. David Berceli
Credit: Laura Santopietro

CB: Ma cosa è esattamente la bioenergetica?

FA: È un lavoro che porta all’autoindagine e alla crescita personale attraverso l’uso della voce e del movimento, in altre parole un processo di carica energetica attraverso il respiro e il movimento. Si vanno ad individuare le zone di maggior accumulo di tensione nel corpo: ciascuno di noi, infatti, accumula tensioni e blocchi a livello osteomuscolare in zone diverse del corpo. Molti di noi sono talmente incastrati in questi blocchi da non esserne più neanche tanto consapevoli, quindi la prima fase del lavoro è sicuramente quella di rendersi conto di quelle che sono le nostre aree di contenimento delle tensioni e poi andarle a sciogliere in maniera progressiva e graduale, in modo tale che l’energia che è bloccata, incapsulata, in queste zone tramite l’esercizio fisico e l’uso della voce venga rilasciata. È importante essere costanti in questo lavoro ed essere disponibili a esplorare spazi nei quali magari non siamo così comodi: molto spesso questa corazza muscolare è un modo per schermarci dall’esterno e per non sentire il disagio, si tratta quindi di un blocco fisico ma sicuramente anche psichico.

Alla base della bionergetica c’è l’identità funzionale corpo-mente, non più due realtà separate, ma lavorando sul corpo agisci sulla psiche e viceversa. Nelle classi di esercizi di gruppo non c’è verbalizzazione, si lavora solo sul corpo ed è un processo che ci permette di andare a sciogliere le tensioni e rendere disponibile per il sistema questa energia che prima era incapsulata in questi blocchi, quindi c’è un aumento della vitalità, la capacità di provare piacere nella vita, la capacità di avere un corpo più flessibile, più forte, più gioioso, più vitale proprio.

C’è poi il processo di counseling che invece è un processo solo verbale, che non include l’aspetto fisico, ed è un processo, limitato a poche sedute (al massimo 10/12), che non è terapeutico, ma mira a mettere a fuoco i problemi specifici del qui ed ora del cliente, che magari sta attraversando un periodo di difficoltà su un ambito molto delineato e specifico della sua vita. In poche parole è un processo di empowerment. Si aiuta la persona che viene in consulenza a trovare delle soluzioni concrete. Non siamo noi counselor a dare il consiglio giusto, ma è il cliente stesso che sceglie il suo modo per affrontare e fronteggiare la situazione, lo spingiamo a trovare delle risorse interne a se stesso per superare il blocco, infondendogli così la fiducia di potercela fare.

CB: Qual è per te una cosa bella? 

FA: Sicuramente l’umorismo: l’autoironia è un grande strumento di sopravvivenza, che ci ricorda di non prenderci troppo sul serio e di non prendere troppo seriamente quello che ci accade. Questo non significa essere superficiali, a mio avviso, ma dare il giusto peso alle cose e rimanere in contatto con la bellezza della vita.