Agli ultimi David di Donatello è stata protagonista la follia. C’era in La Pazza Gioia di Paolo Virzì, faceva capolino nel discorso di Valeria Bruni Tedeschi, si accaparrava la statuetta come la più bella attrice di Crazy for football, quel documentario che l’aveva tolta dal suo nascondiglio, celebrandone il diritto di esistere.

Beckett diceva: tutti siamo nati matti. Qualcuno lo rimane. Sì qualcuno lo rimane più a lungo degli altri, da grande, quando lo scollamento con la realtà diventa pesante e fa male. Difficile decidere cosa sia normale e cosa no, posto che esista un decalogo di regole alle quali attenersi per rientrare nella categoria dei fantomatici “sani di mente”. Forse la discriminante è solo l’esclusione sociale, l’isolamento e il dolore.

E loro, gli altri, i “matti”, possono essere felici pur restando “diversamente normali”? Volfango De Biasi con Crazy for football ci dice che sì, è possibile, vedere un matto felice. Nella condivisione di un pezzo d’erba verde, nelle pacche sulle spalle, negli errori, nell’impegno e nel sudore di una partita di calcio: 5 matti che corrono dietro a un pallone.

La nazionale di calcio di pazienti psichiatrici voluta dal presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale Santo Rullo vola in Giappone, per partecipare ai campionati mondiali. Dai provini all’arrivo in Oriente, conosciamo col filtro dello schermo il volto illuminato e la falce oscura della stessa luna. Persone, individui con un carattere, una famiglia, una passione che sono scivolati quasi senza accorgersene lungo il crinale di un dirupo impervio. Lo stesso che percorriamo tutti, passeggiando sul filo del burrone senza cadere, per caso o per pura fortuna.

Senza indugiare sulla morbosità del sintomo, De Biasi si concentra sulla soluzione. E quelli che fino a poco tempo prima erano solo un gruppo di matti diventano sotto i nostri occhi “matti per il calcio”. Uno sport universale e semplice che rappresenta la spinta esistenziale dell’essere umano: fare squadra per un obbiettivo comune, fare squadra e basta, sperando di vincere o magari anche solo di giocare.

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a esprimerlo con le parole, e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa, e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognano se stessi e tu sogni di loro”. Con Crazy for football quasi non ci si accorge di ridere e piangere mentre si vede che l’Altro, la squadra, lo scopo trasforma il paziente e corrode la paura. Nell’interrompersi di questo rapporto si faceva largo la follia. La luce risorge nello spogliatoio, si vinca o si perda, ma insieme. L’Armata Brancaleone si fa coraggio e ottiene non la coppa ma l’opportunità di essere “vista” di nuovo.

Non è la pazza gioia delle ragazze di Virzì, romanzata e tragica ma la testimonianza della “normalità” del disagio psichico, la sua pacifica accettazione, il suo diritto d’esistere e la denuncia profonda di un crimine: quello dell’esclusione sociale. Perché lo sguardo dell’altro ci cambia e noi cambiamo lui: non sono solo i malati a trasformarsi ma pure chi li cura. Ed anche noi, che restiamo a guardare, non ci sentiamo poi più così diversi.

L’impresa eccezionale d’altro canto, m’hanno detto, è essere normale.