Energia incontenibile. Bellezza spontanea. Dolcezza rock. Simpatia travolgente. Virginia Sommadossi è un’esperta di comunicazione, un’appassionata d’arte contemporanea e la responsabile delle relazioni esterne di Centrale Fies, un centro di produzione di performing arts. Lei, i suoi sogni, non li tiene chiusi in un cassetto, ma li vive e costruisce ogni giorno, per continuare a stupirsi ed evitare di imbattersi in qualche finale chiuso, ci confida.

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

Cosebelle: Centrale Fies è un progetto unico. Da un lato una centrale idroelettrica, che continua a generare energie, dall’altro una centrale ideale, che continua a generare arte. È una fonte fondamentale anche per la tua vita? Quando e in che modo è entrata a farne parte?
Virginia Sommadossi: Centrale Fies ha sempre fatto parte della mia vita. Prima come luogo misterioso spiato dal finestrino della macchina quand’ero piccola, poi come luogo fisico individuato negli anni ‘80 da Barbara Boninsegna (Fies Art Director), Dino Sommadossi (Direttore Centrale Fies) e dall’architetto Sergio Dellana, per la ristrutturazione di questa realtà industriale, solo in parte dismessa, nella quale potervi far crescere le attività in rapido sviluppo della cooperativa che aveva fatto nascere Drodesera, uno dei primi festival italiani di ricerca nel campo teatrale e performativo.
Oggi Centrale Fies è una parte enorme della mia vita. In fatto di tempo passato a calpestarne le sale, a lavorarci negli uffici, o anche solo il posto che occupa nella mia mente. Attorno e su Fies scandisco i miei ritmi quotidiani e i progetti futuri, nonché le dinamiche creative e familiari: Centrale Fies è un progetto che nasce da una visione di mia madre e di mio padre avuta alla fine degli anni ottanta.
Mi capita di immaginare quel loro momento come un’epifania di rendering mentali sovrapposti a una gigantesca cattedrale. Il loro entusiasmo, l’approccio naturale alle sfide impossibili, il rigore nel lavoro e la caparbietà hanno fatto il resto.
Così ho scelto di far parte di questo sogno che non è più esclusivamente un luogo fisico ma anche, e soprattutto, un progetto che da 15 anni si è fortemente immesso nel sistema produttivo e di ricerca italiano trovando di volta in volta strade diverse per portare a compimento gli obiettivi prefissati.
Se la mia famiglia si fosse occupata di produrre olio, forse ora sarei qui a parlarvi nuovi modi biologici di coltura delle olive con la medesima passione. Ma non ne sono certa, c’è tutta la questione dei Daimon del destino e di quelle robe là che andrebbe analizzata per bene.

VIRGINIA SOMMADOSSI BY DIDO FONTANA

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

CB: Investire nell’arte richiede costanza. Ma, a lungo termine, concede il privilegio di meritarsi credibilità. Un onore meritevolmente attribuibile anche a Centrale Fies: siamo infatti alle porte della 33esima edizione di Drodesera, l’appuntamento annuale con la performing art, che dimostra come la cultura, nonostante le sue evoluzioni e forme, non passi mai di moda. Un po’ come il cuore. Fulcro ideale attorno al quale quest’anno avete scelto di far ruotare i progetti iscritti al Festival. Il titolo cambia ogni edizione, come avviene la scelta? Qualche indiscrezione a riguardo?
VS: Ogni anno avviene qualcosa di simile a un atto magico. Al contrario di altre realtà che scelgono una tematica e di conseguenza opere che si sviluppino in quel contesto, qui avviene l’esatto contrario: le opere, i progetti, gli artisti e i creativi vengono scelti per il loro percorso, per la capacità di indagare un linguaggio o una materia, per la maestria nel portare a galla un discorso profondo sul contemporaneo. A quel punto il titolo (tema) esce da solo. Trovare un ‘filo rosso’ tra tutte le opere sembra ogni anno più facile, dal momento che la contemporary e la performing art sono in stretta connessione col presente, con l’oggi, spesso ci si trova dinnanzi ad una necessità che si è fatta immagine: iconograficamente riconducibile a un discorso più ampio, che tocca vari aspetti della società ma che si può riassumere in qualcosa di tangibile. Il mio primo mentore, la regista (non solo) pubblicitaria, Alessandra Pescetta, allieva a sua volta di Fabrizio Plessi, raccontava di come un anno pubblicità, film, grafiche, video-clip partorirono in contemporanea una serie di mostriciattoli e creature grottesche declinate per le più svariate cose. Qualche mese prima la Saatchi&Saatchi aveva inaugurato un exhibit che aveva evidentemente colpito l’immaginario dei creativi tanto da ripercuotersi a breve, e nel tempo, nei loro lavori. Ma a sua volta la famosa galleria aveva creato un trend secondo un gusto personale di staff e direttore o aveva annusato edecodificato un immaginario che era già fortemente presente nella collettività, dandogli solo grande visibilità e importanza, visto il ruolo della galleria? Probabilmente un insieme delle due cose. Anche nel piccolo e nell’indipendente, soprattutto in quest’era in cui l’immagine viaggia più veloce della luce, avvengono cose simili.
Non è dunque un caso se per la creazione dell’immagine del festival 2013 sono andata a scomodare Giovanni Battista De Pol, fondatore di DEAD MEAT, un brand/progetto collettivo che lavora con la moda attraverso modalità e pensieri mutuati dalla filosofia, dall’arte, dalla letteratura e che ha il grande talento di trasformare in immagine “un pensiero critico e una radiografia di una generazione”. I pattern e gli all over camo che escono dalle teste di questo collettivo sanno ricreare mondi paralleli rimontando i pezzi di realtà e facendoti cambiare punto di vista. Quello che dovrebbe fare a mio avviso l’arte, insomma.
Non vorrei invece svelare troppo sulle opere scelte, mi piacerebbe che il pubblico scoprisse mano a mano cosa si intende per MEIN HERZ, ma questa volta abbiamo deciso di dare al festival anche la forma di questo “secondo cervello” (il cuore per l’appunto) che nel mezzo della programmazione vedrà pompare a grande velocità nuove forme di linguaggio artistico grazie a delle realtà liminali a quella di Dro: Codalunga di Nico Vascellari, Brut centro di produzione della da noi non distante Vienna, e Live Works il primo premio dedicato esclusivamente alla performance.

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

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CB: E, come se non bastasse, avete scelto di far partire un nuovo progetto: Live Works. Istituendo una giuria dedicata e un premio in denaro. I giovani artisti, quindi, non devono smettere di crederci?
VS: Live Works ha qualcosa di fondamentalmente diverso dagli altri premi, di fatto non punta esclusivamente su un premio in denaro ma sul tipo di servizi ai quali gli artisti potranno accedere: residenze creative comprensive di sale attrezzate, un tecnico a disposizione, vitto, alloggio, un ufficio produzione pronto a trovare qualsiasi cosa l’artista chieda, tre curatori (Barbara Boninsegna, Denis Isaia, Simone Frangi per VIAFARINI DOCVA) con caratteristiche e background molto diversi tra loro ma tutti e tre particolarmente attenti allo sviluppo sia pratico che teorico delle opere. Quanto alla tua domanda ho una risposta banale ma sentita: non solo gli artisti, ma anche chi fa il tuo lavoro, il mio, chi fa l’insegnante o il giornalista, l’imprenditore, il cuoco, l’architetto o il contadino non deve mai smettere di credere nell’importanza di quello a cui sta lavorando. In momenti economicamente, politicamente e socialmente complessi come questi che stiamo vivendo, le nostre specificità, il talento e il “quando il gioco si fa duro” possono essere l’unica salvezza. E per talento non intendo quello artistico, ma quello che ognuno di noi dovrebbe portare in ogni mestiere.

CB: Alla base di tutti questi traguardi raggiunti, immagino che ci siano anni di studio e progetti. Ma soprattutto una costante tenacia. Una voglia di farcela. Che si tramuta, quasi sempre, in uno stakanovismo quotidiano involontario. Quindi, come è la giornata tipica di Virginia?
VS: Casa-Fies, Fies-casa. In macchina ovviamente, la larghezza del mio sedere-bauletto ne è l’inconfutabile prova. Abbiamo anche cercato un personal trainer che ci facesse lezione nelle sale della Centrale ma i costi erano altissimi e non ce lo potevamo permettere. Approfitto di questa intervista per rilanciare l’SOS, e se qualcuno volesse farsi avanti a prezzi modici…

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

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CB: Sei oggettivamente bellissima. Quale rapporto hai con il tuo aspetto fisico? Quanta importanza ha nel tuo lavoro? E, in un aggettivo, come definiresti il tuo stile?
VS: Sono oggettivamente fotogenica (ma non sempre) e da qualche anno ho accanto uno dei fotografi che meglio conoscono il corpo e le sue forme e che da sempre indaga fisicità diverse scardinandone gli standard ai quali siamo abituati, rifondando un immaginario sul femminile più reale del reale, vero, potente. Da quando ho iniziato a collaborare con Dido Fontana lascio a lui il compito di ritrarmi. E in effetti il Maestro fa miracoli. L’aspetto fisico nel lavoro immagino abbia la stessa importanza che nella vita reale: se hai un viso simpatico è più facile entrare in empatia con chi ti sta di fronte, ma sempre più spesso i primi contatti lavorativi avvengono attraverso la posta elettronica, il telefono e i social network e succede che le classiche dinamiche vengano completamente rovesciate. Lo stile mio? Fuoriluogo, sempre.

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

Virginia Sommadossiby Dido Fontana

Virginia Sommadossiby Dido Fontana

CB: In alcuni di questi scatti, sei circondata dai tuoi splendidi nipoti. La tua famiglia, quale ruolo ha e ha avuto nel far sì che Virginia sia diventata ciò che è oggi?
VS: Moltissimo, sia nell’impronta che cerco di ripercorrere che nelle diversità più profonde(mia madre se lo chiede spesso di come possa essere così diversa da loro) ma sono certa che anche queste diversità si siano in fondo formate in quel confronto con le origini. Facile staccare il cordone ombelicale, lavarsene le mani e scappare dal nucleo d’appartenenza, più da chi ha le palle invece affrontarlo, conoscerlo, scontrarsici, amarlo forte. Solo così ci si conosce davvero nel profondo.

CB: Il tuo sogno nel cassetto?
VS: Non sono mai riuscita a capire fino in fondo ed esattamente cosa voglia dire questa locuzione. Che se mi dici sogno nel cassetto mi viene in mente un sogno di riserva, un piano B, più che una cosa alla quale aspirare, che i sogni al limite vanno ben stesi sul letto al mattino, mica chiusi chissà dove. Ma se mai ne avessi uno, di sogno in un cassetto, sono certa che cambierebbe forma di continuo e che anch’io mi stupirei ogni volta. Subisco il fascino dei finali aperti e un sogno solo sarebbe un finale chiuso.

CB: I tre libri che, a tuo parere, ogni donna dovrebbe leggere almeno una volta?
VS: La Bibbia, Psicomagia di Jodorowsky, Manuale di rituali Voodoo.

CB: Una Cosabella?
VS: I camion.

Virginia Sommadossi by Dido Fontana

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