La classifica continua.

Riprendiamo la nostra classifica di Cosebelle della Biennale dalla quarta posizione: la mostra ILLUMINAZIONI dell’Arsenale prosegue nel Padiglione centrale dei Giardini con artisti di tutto rispetto come Luigi Ghirri e Sigmar Polke, Cindy Scherman e il vincitore Christian Marclay.

I piccioni di Maurizio Cattelan, appollaiati in ogni dove, osservano la folla sottostante. Chissà se quel burlone di Cattelan ne ha nascosto uno vero che sporchi la camicia a qualche visitatore indesiderato.

Quinta posizione per il Padiglione Coreano di Yee Yongbaek e i suoi divertenti soldati floreali che si camuffano con i quadri alle pareti.

Christian Boltanski si aggiudica la sesta posizione per il Padiglione Francese. Nella sala centrale scorre una gigantesca pellicola con immagini di neonati. Nella sala di destra, un contatore luminoso segnala tutte le nascite e nella sala opposta sono contate le morti. Nell’ultima sala sfilano a grande velocità i volti, divisi in tre parti, di 120 persone decedute. Se, schiacciando un bottone, si ricompongono le parti dello stesso volto, si può vincere l’opera. E se a Venezia vi andrà male potete tentare la fortuna anche sul sito: www.boltanskichance.it

Settima posizione per il Padiglione Ungherese con l’installazione di Hajnal Németh, intitolata “Crollo – Intervista passiva”.
Un’opera lirica sperimentale riecheggia nella sala, raccontando le storie di incidenti stradali.

Ottava posizione per le interminabili code per accedere ai Padiglione Inglese, Americano e Giapponese.

Nona posizione per un bicchiere di vino e qualche minuto di meritato riposo all’ombra degli alberi davanti all’ennesima coda per il Padiglione Polacco.

Non classificato o se vogliamo essere buoni, decima e ultima posizione, per il tanto discusso Padiglione Italia. Non aveva nemmeno la metà della metà dell’energia degli altri Paesi. Il tanto odiato Vittorio Sgarbi ha scelto di non scegliere, dando la patata bollente a quasi duecento intellettuali, scrittori, giornalisti, ecc… che hanno selezionato altrettanti artisti, a loro piacimento.

Risultato: una mostra dal titolo “l’arte non è cosa nostra” (e in questo caso, mi vien da dire per fortuna); era un’accozzaglia da cui è stato molto difficile districarsi e una volta usciti è stato impossibile ricordarsi anche un solo nome.