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Illustrazione di ELENA XAUSA

Essere alternativi è una cosabella. Lasciare il tracciato mainstream ed avventurarsi su lidi sconosciuti è spesso l’inizio di scoperte e arricchimenti. In ambito enologico quest’affermazione si carica di significato: l’esplorazione è un must perché può regalarci grande emozioni. La varietà di vitigni e la molteplicità di tecniche di vinificazione, unite all’estro dei produttori imbandiscono per i nostri sensi buffet di leccornie. Mai lasciarsi frenare, storcere il naso a priori perché la proposta differisce da ciò che conosciamo. Il vino olezza aggressivamente perché naturale? Proviamolo, potrebbe esplodere in bocca con un tripudio di sapori. Guardate con circospezione bollicine stanche e pallide nel vostro calice di frizzante anziché super spumante? Godetevelo, potrà solleticare anfratti e papille più delicate. Vi sembra che stia vaneggiando? Seguitemi nella mia recente liason con Il Brutto, un Prosecco Asolo DOCG di Montelvini, super alternativo che mi ha conquistata, asperità dopo asperità.

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Partiamo dal nome. Un vino che s’intitola IL BRUTTO ha tutta la mia stima e parte già avvantaggiato, ancor di più se il suo naming è strettamente legato alle sue caratteristiche. Prosecco Superiore (quindi prodotto da uve Glera) alla nascita, ben lungi dall’essere un fustacchione scintillante sulla cresta dei bicchieri di tutto il mondo, ci si palesa torbido, cupo, con tanto di carcasse di lieviti incastonate tra le sue bollicine. Riportate in sede i peli che si sono rizzati, l’aspetto lattiginoso del nostro nuovo eroe è frutto della tecnica con cui è stato prodotto. Vero vino ancestrale, proprio come accadeva in passato, è ottenuto grazie alla rifermentazione in bottiglia delle sue uve senza intervenire con la sboccatura e i dosaggi. Gli spumanti, infatti, si ottengono attraverso l’aggiunta di lieviti e zuccheri al vino, dopo la prima fermentazione. Il buon Saccaromicete innesca la seconda fermentazione che genera le simpatiche bollice. Nel metodo Charmat questo avviene in autoclave e il vino, filtrato e ripulito dai lieviti caduti sul campo, viene imbottigliato. Nel Classico l’operazione si colloca in bottiglia, al termine della fermentazione questa viene sboccata, i residui vengono eliminati e il nettare viene nuovamente imbottigliato con l’aggiunta di dosaggi segreti (vino, alcolici, essenze) . Nel caso del nostro Prosecco Asolo DOCG Il Brutto, invece, non c’è stato passaggio in beauty farm, ci si presenta nudo e crudo come il fungame l’ha fatto.

iltorbidorichiamodelbrutto_cosebelle_02Le sue bollicine sono più delicate, meno arroganti del classico prosecco. Il bouquet è inevitabilmente più povero ma la struttura non lo fa rimpiangere. Evidente la crosta di pane e il sentore di lieviti per un’esperienza davvero succosa. L’uva è protagonista, la sua essenza messa in bottiglia è l’unica risorsa a cui i lieviti hanno potuto attingere. Non c’è corso di recupero che tenga, se la materia prima era eccellente (e la DOCG Asolo Prosecco garantisce un livello molto alto) e la squadra di funghetti ha fatto il suo dovere il risultato sarà molto intrigante. Se, per caso, qualcosa è andato storto per grappoli ribelli o Saccari sovversivi non c’è possibilità di manovra. Il Brutto è reale, ha un’anima, non sempre riesce a comportarsi bene, come nella vita può eccellere o scivolare. Questa è una cosabellissima. Il solo apprendere questa sua vulnerabilità me l’ha fatto amare al primo sguardo. Scoprire poi, che rendeva possibile una duplice fruizione ha dato il colpo di grazia, un vero amante intrigante, carico di sorprese. Versate nella peccaminosità? Agitate la bottiglia e lanciate il contenuto in sospensione, Il Brutto si presenterà  nei vostri calici in tutta la sua torbidezza. In bocca vi invaderà la potenza del pane e la pungente nota della fermentazione entrambe adagiate però su un morbido letto di uva, vero DNA del Prosecco in tutta la sua semplicità. Davvero notevole, non avrei mai immaginato potesse risultare così delicato.

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Preferite un approccio più soft? Lasciate risposare in posizione eretta la bottiglia per almeno due giorni, raffreddatela a dovere, versate il contenuto in una caraffa avendo cura di lasciare un dito di vino con i residui sul fondo. In questo modo avrete reso limpido Il Brutto: apparirà più trasparente e con pochi residui. Al palato sarà più avvolgente e darà la parola alle note dell’uva mettendo un po’ in sordina il farinaceo croccante, decisamente un’interpretazione più simile a quelle di cui generalmente godete.
Una vera esperienza poliedrica e giocosa che non potete negarvi. Vista la sua struttura importante magari non diverrà il vostro vino giornaliero ma per un’occasione speciale o per fare un tuffo tutto naturale nei sapori autentici del passato è ciò che ci vuole.
Innalzo il mio calice torbido e brindo a voi, con il mio bruttino preferito che questa sera promette fuoco e fiamme.