Credo una mera recensione non renda merito a tutto quello che il Down the Rabbit Hole è, quindi mi improvviserò narratrice per raccontarvi le parti salienti e i piccoli dettagli che fanno di questo festival un appuntamento a cui nessuno dovrebbe mancare. Essendo soltanto alla seconda edizione è sorprendente il numero di persone accorse, una stima veloce (principalmente dall’Olanda, ma anche da Germania e Belgio, senza contare tutti gli expat dei Paesi Bassi) dice più di 15.000 anime. Certo un po’ affollata questa tana, ma Down the Rabbit Hole non può essere ridotto a semplici numeri e statistiche, le Colline Verdi hanno molto di più da raccontare.

Down The Rabbit Hole

La cronaca inizia dalla stazione di Rotterdam Centraal e da una tenda, elemento semi-sconosciuto alla mia persona legato a reminescenze liceali. 2 ore di treno + 20 minuti di autobus in mezzo alle campagne olandesi al confine con la Germania, io ed Alice, amica di avventura, arriviamo lì dove il canto delle ranocchie è il suono più acuto udibile. Davanti a noi, prima migliaia di macchine, poi centinaia di camper, ancora bici bici e una distesa sconfinata di tende. Le dimensioni si sa, sono importanti, ma è ancora più importante avere un punto di riferimento e, in quel momento, no – non esisteva.

Poco dopo aver montato la nostra tenda decidiamo di addentrarci oltre quel mare di tende e gazebi. E puff, un lago stupendo, una distesa di persone brullicanti e un portale animato verso la musica e la totale perdita di orientamento. Le note finali di Damien Rice ci guidano verso lo stage più grande, l’Hotot (dimensione indefinita, inutile contare i metri in larghezza e lunghezza). Dannazione, abbiamo fatto tardi! Non ci resta che scoprire i segreti del Groene Heuvels: Vuidige Veld, Idyllische Veldje, Het Bos; e andarcene a dormire.

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Sabato, è mattina, c’è il sole, il popolo di sveglia per fare varie code in sequenza: doccia, caffé, cornetti. È tempo di spiaggia e secondo giorno di concerti. Il lago è perfetto, l’acqua decisamente più calda di quella del mare del Nord, perché non gettarsi? Ma De Poort (il portale di ingresso all’area musica) chiama, è lì che il coniglio aspetta.

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I Rhye sono la perfetta colonna sonora al risveglio mattutino e al principio di insolazione della collina-anfiteatro fuori dall’Hotot. Il mix di soul, vento e ambient, danno molto di più che un semplice alternative R&B come risultato. I Rhye per la generalizzazione sono R&B, ma è riduttivo, anche perché in automatico ti figuri una Rihanna o un Pharrell che decisamente sono tutt’altro. Quindi sì, il luogo di ascolto è tutto, per me è stato un ritorno ai primi 2000 e alla scoperta del trip-hop, un gentile viaggio verso Laguna Beach, più che un giro nel mondo patinato.

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È poco dopo che l’indecisione fra raggae e scoperta, ci porta fra le braccia di Benjamin Booker. Una voce roca, calda, di quel Sud che vuoi fare tuo a tutti i costi anche se sei nato in Virginia e cresciuto in Florida; ma il riuscirci è tutta un’altra storia, e Benjamin ci riesce, eccome se ci riesce. Un chitarrista eccelso, una rosa di chitarre da far invidia alla Gibson stessa, il ragazzo blues rapisce il pubblico, si notano scene di delirio da distorsione – grazie Jack White e Rough Trade per averlo portato a noi.

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La line-up è serrata, è tutta una corsa fra Hotot (stage principale), Fuzzy Lop (quello più psichedelico) e Teddy Widder (lo sperimentale), un passaggio dagli Alabama Shakes ci fa preferire fare la coda per una pizza. Eh sì, piuttosto deludenti e non in grado di infiammare la folla. Il carisma di Brittany Howard non è sufficiente a contenere il fuggi fuggi di chi non è proprio loro fan ma lo sarebbe diventato con piacere. Quindi pizza!

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Róisín Murphy è pronta, lei con la sua capigliatura anni ’80, il suo foulard + trench anni ’50 e i suoi vestiti più che contemporanei, rapisce il pubblico e ipnotizza fra musica, cambi si scena e vestiti. Ero anni che aspettavo di vederla dal vivo, da quel 2007 quando vidi per la prima volta il live al Pinkpop di Sing It Back con i Moloko. Il live era del 2004, 11 anni dopo Róisín è, se possibile (sì, è highlander) ancora più energetica e irrefrenabile. Un artista al 100%, tutti dovrebbero vederla live, una volta all’anno può andare.

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Finalmente, il live che attendevo, è il momento dei Goat. Molti di voi si chiederanno, sei impazzita? chi sono? dove li hai pescati? Ma i Goat fidatevi, sono miei grandi amici, spesso con me al lavoro, in bici, sul divano o in giardino in relax, fra amici e in molti altri luoghi. Come si dice in inglese, “they suit me”; e apparentemente molte altre anime del Down the Rabbit Hole. Il gruppo ha un numero indefinito di componenti (7-8 sicuramente), tutti mascherati in un mix fra Eyes Wide Shut e voodoo outfit, e ti lasciano disarmato, non puoi far altro che iniziare a danzare (ci fosse un falò al centro ancor meglio). Eh il Guardian se n’era accorto nel 2012, la sottoscritta solo da un anno all’uscita del secondo album, Commune. Vorresti essere spaventato da questi strani figuri, ma è impossibile – la musica è tutto. È experimental rock, afrobeat, hard rock, world music; e ti prende troppo, tanto che FKA Twigs chiama dallo stage limitrofo e non riesci a spostarti.

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Tempo di movementi anomali e sensualità alternativa, FKA l’avevo già vista lo scorso anno in un set decisamente deludente con pubblico che scappava a gambe levate. Ma la ragazza sembra maturata (merito di Pattinson?) o sull’orlo della follìa, e il live ne beneficia eccome. Gli schermi esterni sono perfetti per il tramonto e per ammirare la forza fisica misto rapimento artistico della cantante inglese. Complimenti, adesso servono solo nuove canzoni per fare il salto di qualità.

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Ci siamo è la fine del primo giorno, stremate ci trasciniamo da Iggy Pop, la curiosità è alta. Tutti vogliono vedere un 70enne topless saltare a destra e sinistra di un palco imprecando un “f**k” dopo l’altro e inneggiando a quanto il pubblico sia stupendo (ammesso che lo veda annebbiato da non so quali sostanze). Ma Iggy regna, gli Stooges rivivono, ed è una hit dopo l’altra (non si sarà stancato?!) The Passenger, Lust for Life, Real Wild Child, per un’ora e mezzo di resistenza. I nostalgici (al presente) sono tantissimi, il popolo degli over ’40 del DTRH si è svegliato e non si ferma. Noi 30ish ci ritiriamo nelle umide tende, per risvegliarci con il sole a picco, pronte per l’ultimo giorno.

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Il prato e le chiase longue artigianali lungo lago sono perfette per cornetti vari e cappuccino, varie anime cercano di far navigare con scarso successo le barchette che si son auto-costruite. Chi ci sveglierà dal torpore? Natalie Prass alza la mano e ci chiama. Voce angelica, presenza leggiadra anche un po’ troppo esile, chitarra e canzoni d’autrice. È brava, ma ci vuole ben altro per chiudere in bellezza il festival (essì, per doveri lavorativi, ci siamo perse The War on Drugs, Leftfield e Andrew Bird).

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Il DTBH è un festival olandese, che siano i Jungle By Night a chiuderlo per noi! Il gruppo polistrumentista di Amsterdam, anche loro numero indefinito di elementi sul palco (più di dieci ad occhio), è l’anima del festival per un’ora. Quasi tutto il campsite si riversa nell’Hotot per ballare senza freno al ritmo di afrobeat, percussioni, trombe, tromboni, funk, e il resto del miscuglio strumentale della giungla autoctona. Ah, che soddisfazione! Abbiamo l’energia giusta, l’insolazione giusta per tornare alla base, smontare la tenda ed imbarcarci di nuovo in 20 minuti di autobus, 2 ore di treno e 10 minuti di tram per portare a casa questa esperienza eccezionale.

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Inutile direi che è caldamente suggerito per il prossimo anno per coloro che, invece del più chic Primavera Sound, vogliono fare training per il Glastonbury. Il salto è grande da 15.000 a 150.000 persone, ma l’atmosfera c’è tutta, ed io non vedo l’ora di comprare le calosce e controllare il sito per il 2016.

È questa la tana del coniglio, il coniglio c’è, Alice era con me, l’unica cosa che non ricordo è se ho preso la pillola rossa o quella blu.

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fotografia © Bart Heemskerk