Un racconto, al sabato.

Il locale, ormai semivuoto, era umido, scuro e maleodorante. L’illuminazione, tendente al blu, rendeva morbidi i contorni dei pochi corpi superstiti, dondolavano stanchi e alcolici al ritmo di una selezione musicale marcatamente post-punk.

Il vuoto era solito gonfiare il cuore di Lei. Le sue palpebre ammutolivano sempre negli sguardi di chi aveva paura di amare. La bile nera secondo i latini, quella tristezza costante che accompagna i gesti di certi esseri umani.

Caratteriale a tutti i costi, Lui si divertiva a distruggere se stesso rincorrendo l’ideale estetico dell’artista bohémien, scegliendo per esempio con attenzione maniacale i dettagli del suo vestiario, come se fossero feticci e simboli di un’appartenenza religiosa.

Lui la guardava ubriaco, le parlava, la ascoltava, cercava di avvicinare il viso a quello di Lei, voleva baciarla.

Lei distoglieva i suoi occhi ubriachi da quello sguardo, desiderando però che continuasse a seguire ogni suo piccolo movimento, sospirava celatamente ad ogni sua risposta e spostava il viso ogni volta che Lui provava ad avvicinare le labbra alle sue.

Lui le disse che aveva un cane che si chiamava Tati.

Lei chiese: “Jaques?”

Lui annuì mentre il cuore gli si apriva in un sorriso.

Lei gli disse che voleva andare a vivere a Berlino.

Lui le rispose: “un tempo ho avuto una ragazza, ci siamo stati insieme per un mese, Berlino è splendida dovresti partire subito.” E si rabbuiò.

Lui sospirò le sue ambizioni da sedicente scrittore e le recitò la prima pagina di Tropico del Cancro, questa volta fu il cuore di Lei ad aprirsi in un sorriso e desiderò baciarlo.

Lui si lamentò del suo grosso naso, cosa che era piuttosto vera.

Lei voleva sottolineare che se c’era qualcosa di grosso questo era il suo culo, ma non proferì parola.

Lui le disse che la sua non era vita senza lo Xanax.

Lei lo rassicurò dicendogli che senza le goccine En non le era possibile dormire.

Lui le guardò dentro la scollatura, avrebbe voluto infilarci una mano. Lei fece finta di non accorgersene e inconsciamente inarcò la schiena regalandogli la grazia di una visione più completa dei suoi seni.

“Non ho un buono odore stasera.” Si scusò Lui con malcelata malizia.

Lei annusò l’incavo delle sue ascelle con la dedizione di un animale selvatico e per un istante si dimenticò del peso della sua bile. Immagazzinò l’odore della pelle di Lui e gli rispose che non era vero, o forse era vero, ma non le importava affatto. Poteva sentire il calore del suo petto e avrebbe voluto appoggiarvi la testa sopra, chiudere gli occhi e farsi accarezzare i capelli, ma si allontanò subito.

Lui trasalì, quel gesto così intimo gli fece trattenere il respiro e il desiderio di baciarla si fece sempre più forte. Lei era come un’equazione che non riusciva a risolvere. Decifrare le persone era per lui più facile che respirare: un paio di scarpe, un sospiro, qualche chilo di troppo, l’ordinazione da Mc Donald’s, un paio di collant velati e il mistero si svelava in pochi minuti. Lei era diversa, non la capiva e per questo la desiderava.

Lui la prese per i fianchi e la tirò a sé chiamandola con un altro nome, un nome che apparteneva ad un’altra, all’amica più carina di Lei.

Lei si congelò, pensieri alla rinfusa, orgoglio ferito, artigli da iena. Pensò che lui non voleva lei e i suoi pensieri, che miracolosamente collimavano reciprocamente, e nemmeno il suo corpo, ma le mutandine di quell’amica con cui per altro Lui aveva parlato insistentemente per tutta la prima parte della serata.

Si sentì tradita e stupida. La seconda scelta o la preda più facile.

Si ricordò di tutti i suoi cuori spezzati, delle carezze mancate e di quelle supplicate, delle parole d’amore bugiarde, della sua vagina tradita e della sua Elettra traumatizzata. Lui divenne in un attimo tutti gli uomini che le avevano macellato il cuore, lo odiò con tutta la pelle mentre i suoi occhi piano ammutolivano.

Disgustata, si divincolò dalla presa e corse dal suo gruppo di amici supplicandoli di riportarla a casa.

Lui non riuscì a capire cosa avesse mai potuto fare o dire per suscitare una reazione simile. Si girò verso il bancone è ordinò il quarto Cuba Libre.

Un evento accidentale e innocuo a volte può assumere dimensioni grottesche sotto l’effetto dell’alcool.

L’illustrazione è di Fanna.