Lavinia, Milano, Viale Ripamonti.

La mattina era piena di luce. L’ombra di Lavinia era già diventata grassa. La vedeva proiettarsi perfetta sul marciapiede. I contorni delle cose, abbandonate sull’asfalto grigio e greve, erano netti e precisi: bolle bianche di gomma da masticare sputata dopo aver perso il sapore, un biglietto ferroviario obliterato, una forcina smarrita, un sacchetto unto e vuoto da panetteria, un giornale a distribuzione gratuita di cui si era già letto l’oroscopo.

Aspettava il 24.

Lavinia frugò nella tasca di una felpa di ciniglia grigia e invecchiata; prese una sigaretta che aveva rubato prima di andarsene dall’appartamento dove aveva passato la notte, l’accese e ne inspirò una boccata. Trattenne a lungo il fumo finché non ricomparve il sapore del suo alito in fondo alla bocca, lo sbuffò via in due colpi distinti e decisi, inspirò ancora e trattenne nuovamente. Mentre espirava si sentì pervadere da una sensazione di sventura, come se non fosse il fumo ad uscirle dalle fauci, ma la sua anima. Un gemito di fumo, un lamento sommesso.

Portò nuovamente la sigaretta alle labbra ed ecco il paradiso della sua bocca: “vorrei poter dire ancora, per sempre” pensò senza sollievo.

Con la sigaretta tra le dita, Lavinia si mise a passeggiare senza meta davanti alla fermata del tram. Fissava le curve del fumo rincorrersi come i brividi che le percorrevano l’epidermide, mentre nella sua testa riprendevano colore le forme caotiche di una notte di respiri condivisi.

Con noncuranza si sciolse poi la treccia che teneva ferme quelle ciocche che la notte prima lui le aveva tirato con dolcissima forza, l’odore di quelle mani e di tutta la sua pelle la raccolse in un abbraccio e lo sentì, di nuovo, sfiorarle i seni, la pancia, le cosce e il sedere; quel piacere tutto loro la prese ancora e le si infiammarono le guance per l’imbarazzo.

La stanchezza del corpo data dall’amore a cui aveva appena ceduto la rendeva docile e soddisfatta, ma, in maniera opposta, il suo pensare si affannava rincorrendo la fumosità di intenti altrui, che non poteva prevedere e su cui purtroppo non poteva esercitare alcun controllo.

Accigliata dalla caparbietà del suo sentire, aveva lasciato quel letto portandosi dietro l’assordante eco di risposte verbalmente soddisfacenti, ma che nel loro trasformarsi in atto le lasciavano la sensazione di un quasi addio. Lui aveva davvero iniziato ad amarla? continuava a chiedersi.

Il tram frenò con un grido stanco davanti alle punte delle sue scarpe.

Salì i gradini sforzando le ginocchia cigolanti e tra gli sguardi dei passeggeri senza più lo scudo di un sorriso, si lasciò cadere incurante su uno dei tanti anonimi, freddi sedili.

Uno squillo improvviso come uno schiaffo interruppe il suo afono torpore:

“ Pronto…”

“ Pronto, ciao…”

“ dove sei stata questa notte? ”

“ …..”

La telefonata di Lui. La sua compagna era partita la mattina per una rimpatriata parigina con le ex compagne dell’Università. Voleva che lo raggiungesse subito, sarebbero stati liberi di amarsi per tutta la notte. Come poteva dirglielo, come poteva.

“Lavinia, dimmelo. Avanti. Dimmelo. Non incominciare a fare la sordomuta. Dimmelo!”

“ Calmati….”, rispose lei sospirando.

Dall’altro capo del telefono la voce tradiva una speranza, lucida metafora di paura: “Basta che tu me lo dica. Ora!”

“Sono stata…” Lavinia respirò profondamente, cercò di prendere padronanza della velocità del flusso egressivo e con il malcelato biasimo di chi preferirebbe omettere che mentire, rispose:

“…prima a cena fuori con delle amiche, poi ad una festa a casa di un tale pubblicitario, ho bevuto troppo… c’era anche Francesca con tutto quello che si porta sempre dietro, insomma ho pasticciato… e siamo rimaste a dormire a casa di Caterina.”

Il microfono del telefono esplose in grida di sdegno e rancore:

“Non raccontarmi questa merda; dimmi la verità, egoista maledetta! Si, lo so! vi ho raggiunte anch’io alla festa ma tu eri già sparita, dove cazzo sei finita? Ti ho chiamata cinque volte cazzo. Caterina e Francesca non riuscivano nemmeno a guardarmi in faccia!”, poi quasi sussurrando: “… lo sai che… lo sai che ti amo.”

“… Mattia, tu non mi ami. Credi di amarmi solo perché ti nego la possibilità di avermi completamente, di essere tua.” Rispose lei vergognandosi del coltello che gli stava lanciando dritto in fondo al cuore.

“Cazzo di stronza.  Allora abbiamo solo scopato in questi cinque mesi!” Le rispose digrignando i denti.

“Mattia, smettila. Sono in tram, ti richiamo.” Lavinia non riusciva più reggere la conversazione, perché non la lasciava in pace?

“Sono uno stupido, ma nonostante tutto non riesco fare a meno di te… Ci vediamo stasera? Ti prego! Ti voglio…” continuava Mattia nella sua ottusità affannata.

La saliva le incollava le parole al palato e Lavinia nulla riusciva a pronunciare se non sommessi “non so…”, “non lo so…”.

Sospiri amari desideravano farla scappare da quella che le si palesava come una terribile tortura, dove era lei stessa a sentirsi vittima; lei odiava raccontare bugie: quello sforzo terribile e nauseante di celare verità molto più semplici, sopratutto quando il reale era molto più seducente dell’invenzione stessa.

“Senti stasera no, sono stanca. Domani vengo da te per cena, ok?”

Cadde la linea oppure lui riattaccò.

Lavinia provò finalmente sollievo. Sollievo, era la sua parola preferita. La colpa era per lei un sentimento personale e riflessivo, non si era mai sentita in colpa nei confronti di un’altra persona che non fosse stata se stessa.

L’illustrazione è di Fanna.