Emily Dickinson aveva i capelli rossi, la pelle chiara e le lentiggini, lei era l’eccellenza, “uno dei più grandi poeti che siano mai vissuti” e la sua vita è sempre stata avvolta dal mistero. In Come un fucile carico edito da Fazi editore, Lyndall Gordon, con pazienza certosina e spirito investigativo, mette ordine nelle testimonianze e nei documenti per ridare un ordine alle sue vicende, al rapporto con la malattia e alla sua vita domestica e modesta

la copertura dell’immensità dell’anima che rompe la routine del meccanismo

Ma attenzione, questa non è una semplice biografia, bensì un viaggio lungo un intero secolo tra le generazioni dei Dickinson e di coloro che a loro si sono legati.

Con la sua esplosività letteraria e interiore, la sua produzione compulsiva di poesie (ne sono state ritrovate all’incirca 1789, assieme a 60 libricini fatti a mano e numerose lettere personali) Emily Dickinson buca le convenzioni ottocentesche, ma anche quelle di una vita normale. Vive da reclusa, per sua scelta, per la malattia, per il suo mondo interiore al quale dà, però, libero sfogo con le parole in un mondo nel quale le donne studiavano, è vero, ma la solo scopo di diventare buone madri. Lyndall Gordon racconta, allora, come Emily Dickinson scardini il suo destino con i suoi studi non convenzionali (grande preparazione scientifica) e la scelta di non sposarsi, forse per volontà sua forse per la malattia, forse per la protezione della famiglia. Emily cresce con un rifiuto consapevole alle rigide regole religiose e vive dieci, cento, mille vite con impeto, passione e vere e proprie miniere di “segreti e di esperienze trasfiguranti” collegate al cielo, ai vulcani, alla terra che ribolle. Come, del resto, indica il fucile carico del titolo, una citazione di una delle poesie più celebri di Emily.

Il racconto della malattia occupa un posto di rilievo nel libro. Non si hanno dati certi, solo la possibilità di scavare nei documenti fino ad arrivare ad una verità plausibile dopo secoli di dicerie e invenzioni: è probabile che Emily Dickinson soffrisse di epilessia, non causa primaria della sua visionarie assoluta e del talento, ma di certo elemento cruciale della sua vita da reclusa per nascondere la vergogna di una malattia invalidante.

[…] la sua “Differenza” dagli altri , lungi dal bloccarla, la rese coraggiosa.

Emily si forma come donna e poetessa con lo studio, l’amore per la scienza, la botanica, la geologia e la lettura di scrittrici e autrici non convenzionali per l’epoca (le sorelle Brontë, Elizabeth Barret Brownin, etc.) e mantiene ritmi di scrittura (solitamente dalle 3 del mattino alle 12) che difficilmente in una vita convenzionale avrebbe potuto sostenere.

Sposarsi avrebbe significato perdere questa libertà di seguire il proprio ritmo naturale; nessun marito avrebbe sopportato le sue abitudini come faceva il padre, e poi sarebbero arrivati i bambini a riempire le ore.

Ma quello di Emily non è solo un rifiuto anarchico della normalità del tempo, il suo mondo interiore e il suo talento sono talmente oltre questi schemi che per lei la sua vita da reclusa si rivela essere l’unica opzione. Vittima anche delle diagnosi misogine e errate, non dimentichiamo che i medici dell’epoca erano convinti fosse l’epilessia di Emily fosse una conseguenza del suo essere donna. Epilessia coincideva con isteria e l’isteria era una caratteristica prettamente femminile. La diagnosi misogina porta ad una terapia punitiva, ma “fortunatamente” Emily Dickinson riesce nell’impossibile

gestire in modo inventivo delle minacce che provenivano dal suo cervello. In La mia vita era stata come un fucile carico, il potere di uccidere rende l’arma “un nemico mortale”, ma poiché quest’arma sopravvive al Padrone, non è più un’arma comune.

Il Padrone, del resto, è l’ennesima tessera che si aggiunge alla provvisorietà della sua vita, una passione vissuta attraverso le sue migliori alleate, le parole, ma che rimane avvolta nel mistero, nonostante le ipotesi analizzate nel volume.

Ma Come un fucile carico di Lyndall Gordon non è solo celebrazione di un talento senza tempo né confini, ma anche il racconto dettagliatissimo delle vicende della famiglia Dickinson, gli intrighi amorosi e più terreni della battaglia che segue la morte di Emily e vede coinvolti fratello e sorella, Austin e Lavinia, Susan moglie di Austin e sorella acquisita e lei, l’altra protagonista del libro, Mabel Loomis Todd. Amante del fratello di Emily Dickinson, donna testarda, intelligente e determinata fino all’ossessione nel voler entrare nel clan Dickinson, colei che pubblicherà la prima raccolta di poesie di Emily a seguito di un lavoro lunghissimo di ricerca e ricostruzione bibliografica iniziato nel 1887.

La faida famigliare dei Dickinson arriva fino alla generazioni successive in un susseguirsi di sgarbi, odio irrazionale più o meno proclamato, epurazioni letterarie e mistificazione della realtà. Questo libro si rivela essere, allora, un giallo costellato di intrighi e rivalità, una cronaca giornalistica delle piccolezze umane, delle bugie, delle rivalse violente, senza le quali, però, niente di ciò che aveva scritto Emily Dickinson sarebbe arrivato fino a noi. È un compromesso al quale dobbiamo sottostare, in parte genio letterario di Emily, in parte genio della strategia di Mabel, colei che compie una impresa straordinaria al di sotto della quale c’è uno schema preciso: legare il suo nome per sempre a quello della poetessa americana.