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Tramonto al Clockenflap. Foto di Kitmin.

È abbastanza serio il problema del “Come tornare alla vita normale dopo aver vissuto nella dimensione parallela e bellissima di un festival, dove si corre da un concerto pazzesco all’altro per giorni, ed è accettabile indossare maschere da coniglio (d’ispirazione Sleep Party People), glitter sul viso, o copricapi da nativi americani”. Ancora più difficile è quando, dopo suddetto festival, finisci in un pub a vedere il concerto acustico dell’idolo della tua adolescenza, quell’adolescenza in cui Albione appariva come la Terra Promessa e “Fuck Forever” era l’inno punk della nostra generazione. Insomma: DIFFICILE.

Il Clockenflap di Hong Kong quest’anno sembrava proprio imperdibile, con la sua lineup favolosa e una location mozzafiato. Il festival si tiene sul lungomare, nello stretto tra Hong Kong Island e Kowloon, con una vista perfetta dello skyline di Hong Kong. Io e il mio amico romano Davide a.k.a. Alexander Supertramp ci troviamo in centro, e dopo mille peripezie arriviamo al festival al tramonto, in tempo per vedere Sun Kil Moon e poi Flying Lotus, che si rivela uno degli show migliori del festival. Sale poi sul main stage Damien Rice, che intervalla canzoni da fiumi di lacrime con momenti da rockstar, facendosi amare da tutti, e chiudono i Ride, riunitosi per cavalcare l’onda del revival dello shoegaze. Quando cala il sole, l’atmosfera sullo stretto di Kowloon è una cosa di un altro pianeta, e a volte capita di levare lo sguardo dal palco per guardare la cornice di grattacieli illuminati dietro e pensare “WOW”.

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Gente simpatica che ama i conigli e i Sleep Party People. Foto di Kitmin.

Il secondo giorno, il Clockenflap ci accoglie con sole-cuore-amore. Ventisette gradi, sole splendente, installazioni artistiche strane, e le ottime band hongkonghesi Jing Wong e OWK a dividersi i palchi nel primo pomeriggio. Alle quattro scappo per una chiacchierata con le fichissime rockers spagnole Hinds (prossimamente su questi schermi!), dopodiché le vedo far letteralmente innamorare il pubblico di Hong Kong. Come resistere alla loro attitudine rock’n’roll e ad un finale come Davey Crockett? Si passa poi dai coreani fashionisti Glen Check all’afroamericana badass Angel Haze, che spacca tutto lo spaccabile . Degni di nota sono anche gli stand di cibo e il panino con la porchetta di uno stand italiano. Arriva poi il momento dei Libertines (sospirone). Sì, hanno perso la scintilla, sì, sono fuori forma, ma con il repertorio di canzoni che hanno potrebbero pure mettersi a fare il karaoke sui pezzi registrati e li ameremmo lo stesso. Le ultime canzoni Don’t look back into the sun e What a waster ti lasciano proprio la felicità, per non parlare di quando hanno improvvisato una cover di “Changes” di David Bowie. Dall’altro palco, A$AP Rocky lancia dollari con la sua faccia stampata sopra e il messaggio “Always Strive and Prosper”. Grazie delle sagge parole, A$AP. Dopo il concerto, tutti in fila allo sciccosissimo bar del W Hotel per il dj-set di Carl Barât, insieme a delle ragazze britanniche coi brillantini sul viso che sembrano uscite da una band electropop. Parliamo del nostro amore per gli outfit di Karen O quando ad un certo punto ci passa di fianco A$AP Rocky vestito come un modello Dior, che sale sul suo macchinone con nonchalance, circondato da un’impressionante aura ghetto-bling-bling. Spuntino al Mac Donald’s alle 4 del mattino, e domani è un altro giorno!

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La Silent Disco più bella del mondo. Foto di Dominic Phua.

Al Day 3 arrivo in tempo per i bravissimi danesi Sleep Party People, con le loro maschere da coniglio e la loro musica notturna ed incantevole. Verso le cinque inizia la crisi FOMO (Fear Of Missing Out) dato che, più o meno contemporaneamente, suonano i Kiasmos, i Nouvelle Vague, e i Pains of Being Pure at Heart. Dopo un giro di ricognizione mi rendo conto che i Kiasmos sono quelli che assolutamente non vanno persi, e torno da loro. Come volevasi dimostrare, verso la fine del concerto la gente è totalmente impazzita per i due islandesi, e addirittura le due guardie di sicurezza ai lati del palco saltano e ballano come se non ci fosse un domani. Suonano poi Neon Indian (che riesce a far ballare come pochi) e i Battles, entrambi eccellenti. Per quanto riguarda i New Order, vorrei citare il mio amico Davide perché non lo saprei raccontare meglio: «Last but not least a chiude il festival so venuti i New Order, orfani de padre Peter Hook, ma con la vecchia formazione, hanno suonato i pezzi dell’ultimo album. Hanno riecheggiato i gloriosi tempi andati con Crystal, Temptation, Bizarre Love triangle, True Faith e ultimi due pezzi per facce senti a tutti male: Love will tear us apart e Blue Monday. Stavo vicino a un gruppo di una ventina de giapponesi che quando è partita hanno iniziato a urlà e a ballà come cavalli drogati de speed, semplicemente immensi!”

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Gran finale coi New Order. Foto di Kitmin.

Insomma, tutto molto bello. A rendere più difficile il ritorno alla vita reale, il lunedì dopo la fine del weekend clockenflappiano mi scrive il mio super amico hongkonghese per dirmi che Pete Doherty quella sera avrebbe suonato in un pub del centro. Sono tornata per un momento la diciottenne innamorata pazza dei Babyshambles per cui in concerto acustico di Pete Doherty equivale al paradiso in terra: gioia e tripudio. Quando Pete appare sul palco è subito il delirio: inizia a fare strage di cuori con Albion, Can’t stand me now, Music when the lights go out (lacrime a fiumi), Fuck forever e alcuni pezzi del suo album solista, dopodiché dedica un buon quarto d’ora ad autografi e selfie con gente emozionata come le ragazzine coi Beatles negli anni ’60. Dopo il concerto, Neon Indian, Hinds e amici fanno scorta di birra al Seven Eleven e vanno in giro per Hong Kong a vedere donde està la fiesta, mentre io vado a prendere l’ultimo bus per l’aeroporto visto che ho l’aereo alle otto del mattino. Baci baci Hong Kong, e grazie al Clockenflap per tutta questa bellezza.

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Peter Doherty Re d’Albione, al Rúla Búla di Hong Kong. Foto di Cola.