E’ un pomeriggio limpido di agosto quando incontro Ezio a Gessopalena, un paese nell’entroterra dell’Abruzzo, ai piedi della Majella. Il mio paese.
Ezio Colanzi è abruzzese, ha 30 anni e lo scorso giugno ha deciso di percorrere l’Appennino passando attraverso alcuni borghi abbandonati, e di dare voce ai racconti di chi un tempo li abitava. Ha preso la sua mountain bike, il necessario per accamparsi, una macchina fotografica, ed è partito alla volta della montagna, tenendo traccia giorno per giorno delle sue impressioni su un blog. Così è nato Cicloeremia, un viaggio fisico e sentimentale attraverso l’Abruzzo poco conosciuto, raccontato giorno per giorno in questa sorta di diario di bordo on line. Al termine del viaggio Ezio si è fermato proprio qui a Gessopalena, a fare il punto e a raccontare, durante una tavola rotonda sul tema, ciò che aveva visto pedalando per due settimane sulle montagne.

cicloeremia appennino
Gessopalena non è un posto qualsiasi per parlare di montagna e di abbandono. Nascosta nell’entroterra chietino, alle pendici dell’Appennino, è conosciuta nella zona per il suo borgo medievale, l’insediamento pre-romano da cui nacque il paese, e che fu abitato fino alla Seconda Guerra Mondiale, e poi abbandonato. Prima un terremoto devastante, e poi i violenti bombardamenti tedeschi lo piegarono duramente e convinsero gli abitanti a spostarsi qualche centinaio di metri più a valle e ricominciare da capo, ricostruendo una nuova Gessopalena. Ma da allora il paese vecchio (così lo chiamano tutti) ha continuato a far parte di quello nuovo come un’appendice, a tenersi per mano con le nuove case e le nuove strade. I vecchi ricordano la loro vita tra quelle strade strette e fitte di case, botteghe e qualche palazzo signorile. I giovani non ci hanno mai vissuto, ma per qualche ragione gli sono profondamente legati. Il paese vecchio è un fantasma buono, che protegge Gessopalena dalla cima della sua roccia di gesso, che luccica come madreperla se colpita dal sole.

Ma partiamo dall’inizio.

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Ezio non è nuovo a questo tipo di esperienza, l’anno scorso insieme a un amico ha attraversato la Lapponia fino a Capo Nord, pedalando per 1000 km in dieci giorni. Quando è partito alla volta dell’Appennino sapeva cosa fare. Quello che forse non sapeva è che, come spesso succede, avrebbe trovato più di quello che stava cercando. Accanto all’inequivocabile abbandono dei posti che ha visitato, che ha cercato di comprendere ascoltando i racconti e i ricordi delle persone oggi anziane che li abitavano, ha trovato una presenza imponente e silenziosa, la Natura.

Quando glielo chiedo, mi risponde di non essersi sentito mai solo durante il viaggio, di non aver mai pensato di voler tornare indietro. Mi dice che l’Appennino è un luogo accogliente. Gli chiedo com’è stato il rientro a casa dopo quelle due settimane solo nei boschi, qual è stata la prima cosa che ha fatto una volta a casa, oltre a una doccia. Ride, e mi dice che invece è stato divertente vivere nei boschi e fare il bagno nei torrenti montani. Al contatto ritrovato con la Natura si può facilmente fare l’abitudine.

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CB Hai deciso di prendere la tua bicicletta, una tenda, un fornello da campo e sei partito per l’Appennino. Non ti sei mai sentito solo durante questo viaggio?
E No, ma in realtà non sono mai stato solo. Ho fatto molti incontri. Gli incontri che ho fatto sono una delle cose fondamentali che questa esperienza mi ha lasciato. Ho visitato paesi che sono stati abbandonati in tempi relativamente recenti, il cui ricordo è ancora vivo e i cui racconti si possono ancora ascoltare dalla voce di chi li abitava. Mi interessava questo, un abbandono che può essere raccontato. Così ho ascoltato queste persone mentre parlavano del paese in cui sono nate e cresciute, e mi ha colpito la loro grande disponibilità a dedicarmi il proprio tempo, offrirmi il loro aiuto e condividere i loro ricordi con uno sconosciuto. Ho poi incontrato anche qualcuno che ha fatto la scelta in controtendenza di ri-abitare borghi abbandonati.

CB Ho letto sul tuo blog (Cicloeremia) che spesso sull’Appennino hai sentito ululare i lupi non troppo lontano. Non hai avuto un po’ di paura di tutta questa “natura” tutta in una volta?
E No, affatto. Giro spesso in mountain bike per le montagne e so bene quanto sia difficile incontrare i lupi, e soprattutto che non c’è motivo di temerli. Sono presenti, è vero, sull’Appennino, d’inverno si possono vedere le impronte sulla neve. Le distingui subito da quelle dei cani perché sono lineari, proseguono dritte per la loro strada, non deviano qua e là ad annusare o esplorare. Il lupo cammina elegante, segue il suo percorso senza deviazioni. Mentre mi trovavo a Laturo, uno di questi borghi disabitati nelle valli della Laga, ho incontrato la signora Irene, una delle ultime persone ad abbandonare il paese. Mi ha raccontato della sua vita da ragazza, e delle difficoltà di vivere in un posto via via sempre più disabitato. Poi mi ha messo in guardia sulla massiccia presenza dei lupi. Ma lei non aveva paura.

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CB C’è un posto in particolare in cui ti sei detto “ok, sono veramente lontano dalla città”?
E Sì, di sicuro nella zona della Laga (provincia di Teramo) ho avuto l’impressione di trovarmi in un luogo completamente naturale, selvaggio, dove il telefono non prende e si può camminare per giorni senza incontrare nessuno. La distanza dai centri abitati sembrava incolmabile. E anche lì molti lupi.

CB E anche qualche orso magari.
E Certamente. A Frattura, un paese che è stato disabitato gradualmente dal 1915 per cause naturali (un forte terremoto), ho conosciuto la signora Rosetta. Ha 92 anni, e incontra spesso quest’orso alla sera, davanti casa. La prima volta che lo ha visto, mi diceva, ha avuto paura, ora invece si conoscono. E ognuno va per la propria strada, non si danno fastidio.

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CB Com’erano i racconti di queste persone? In che modo ricordavano i loro borghi? Mi immagino una nostalgia insostenibile.
E In realtà no, non c’era nostalgia o struggimento nel modo in cui raccontavano l’abbandono. Magari ricordavano con nostalgia un’amica, o la loro vita di prima, la gioventù, ma alla base del loro abbandono del paese c’era una scelta e a volte, quando c’è una scelta obbligata sul fondo, non resta molto spazio per la nostalgia.

CB I borghi abbandonati o il ritorno alla natura. Quale dei due stavi cercando?
E Probabilmente entrambe le cose. I paesi abbandonati che ho visto sono posti che stanno tornando alla Natura, che è forte da quelle parti. Sono dei luoghi di passaggio, prima erano insediamenti umani, ora sono quasi parte del paesaggio, invecchiano con gli alberi e le pietre che li circondano, tornano a “cancellarsi” nella vegetazione. Sono in transizione.

CB Come si programma un viaggio così?
E C’è chi decide di programmare tappa per tappa, e lasciare poco margine all’imprevisto. Io mi sono armato di bussola e mappa, e un itinerario in testa. A volte mi sono perso, ma ho dovuto e voluto cercare questi posti. Sapevo che c’erano, sapevo dove, ma ho preferito capire sul posto come raggiungerli, fidandomi dell’istinto e chiedendo di volta in volta alle persone. Ma non sempre ho seguito le loro indicazioni sulle strade da prendere.

CB Come mai?
E Le indicazioni che le persone ci danno sono inevitabilmente intrise dei loro timori e insicurezze. Chi mi sconsigliava una strada per un determinato motivo, potrebbe averlo fatto per un profondo timore personale, ma magari invece quella era proprio la strada che io stavo cercando, quella che mi avrebbe  portato al percorso più interessante. Quella più bella.

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CB Com’è stato per te raccontare l’abbandono così da vicino?
E È stato come entrare in un luogo molto intimo del territorio. Un viaggio attraverso un Appennino che è anche accogliente.

CB Che idea ti sei fatto, alla fine di tutto, sull’abbandono in questi luoghi?
E L’abbandono dell’Appennino si vede chiaramente anche guardandolo da lontano, dal paesaggio. I prati di queste zone visti dalla valle sono incolti, perché i pastori li hanno abbandonati, i campi non sono più arati e ordinati come qualche decennio fa.
Sono convinto però che l’abbandono di questi paesi sia reversibile. È una fase, e non necessariamente quella finale. Forse tutti noi non siamo sedentari come crediamo, magari la sedentarietà è una bugia che ci raccontiamo per comodità. È possibile che tra molti anni questi luoghi torneranno ad essere ripopolati. D’altra parte si tratta spesso di luoghi ideali in cui vivere: grandi spazi pianeggianti, sole, aria pulita, sorgenti d’acqua, terreni coltivabili, condizioni atmosferiche invidiabili. Forse questi luoghi sono abbandonati solo in questo momento. È sempre possibile un ritorno.

Photocredits: Ezio Colanzi, “Cicloeremia”