London zoo e Regents’ Park.

Gli inglesi amano la natura. Amano le piante ed amano gli animali: li amano come amano i loro figli, ossia attraverso la ferrea disciplina dell’educazione vittoriana. Con la differenza che al cucciolo o al gattino a volte si perdona, perché è guidato dall’istinto, mentre al bambino no.
Nel mio post della settimana scorsa parlavo di Kew Gardens, esempio di natura cittadina pubblica e ordinata. Oggi passo dai fiori alle bestie, e poiché il giardino zoologico è in qualche modo il corrispettivo faunistico dell’orto botanico, vi porto al London Zoo.


L’animale si educa mettendolo in salotto; se non è di compagnia, lo si mette a buon frutto nell’aia, nella stalla, nella stia. Se proprio non vuole imparare le buone maniere ed è troppo selvatico perché ci si possa convivere, bisogna rassegnarsi a metterlo nelle gabbie. Succede, specie con le belve esotiche, ossia, purtroppo per loro, non inglesi.


E così, come le serre e le aiuole danno forma al caos della vegetazione mondiale, lo zoo cataloga ed espone in un ambiente didattico ma pur sempre decorativo tutte le specie viventi, dal lama allo scimpanzè, dal leone al pinguino.
Lo zoo di Londra, oltre ad essere bello ed istruttivo (anche se può far tristezza, come tutti gli zoo), è inoltre situato all’interno di Regent’s Park, unico grande parco londinese non all’inglese, bensì – pensate un po’ – all’italiana. Siepi geometriche, alberi quadrati, cespugli a spirale; il concetto di natura umanizzata è quasi sfacciatamente esposto, col virtuosismo e la fantasia tipici dei mediterranei più che con il severo autocontrollo dei britannici, maestri della flemma e dell’understatement. Ci avreste mai creduto? Deve essere la vicinanza di tutte quelle scimmie e bestie selvagge, mah.