Ad Hassi Rabouni oggi ci sono 20 gradi, il cielo è sereno, il tasso di umidità è del 25% e nel campo profughi per rifugiati Saharawi all’appello manca Rossella Urru.

Chi è Rossella? Ora ve la racconto.

E’ una ragazza sarda  di 29 anni laureata in Cooperazione Internazionale all’Università di Bologna che lavora per un’Organizzazione non governativa (Il CISP – Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) e coordina il campo profughi per rifugiati Saharawi a Hassi Rabuni, nel sud dell’Algeria. Rossella è partita per l’Algeria con la voglia di prestare aiuto a chi quotidianamente lotta per guadagnarsi la vita. Il suo compito è quello di distribuire il cibo e di assicurarsi che chi si sveglia  al mattino abbia la possibilità di salutare anche la sera.

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 2011 Rossella è stata rapita da alcuni uomini armati del Mali, probabilmente appartenenti al gruppo estremista Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya (Movimento Monoteista per il Jihad in Africa occidentale) e da allora di Rossella non si hanno più informazioni.

Rossella, però, non fa notizia e il silenzio su questa vicenda si fa sempre più pesante. Dal Ministero degli esteri giunge la notizia della necessità di mantenere il massimo riserbo sulla trattativa per evitare intralci che potrebbero essere dannosi in situazioni così delicate. Ma cosa c’è di così dannoso nella divulgazione della notizia di una donna privata della sua libertà? Ora ve lo spiego. Era un militare Rossella? No, non lo era. Era addetta alle scorte di petrolio? No, era addetta alle scorte di cibo. Le erano state affidate missioni di pace?  La sua missione era pacifica, ma in Algeria è andata da sola, per sua volontà. E allora forse dobbiamo cominciare a pensare che in questo Paese  se ti vien voglia di portare avanti una missione di pace a costo della vita non sei nessuno, non fai notizia, però, se la missione di pace ti viene affidata da un esercito, se la cura delle scorte di petrolio ti viene imposta dal tuo Paese  allora sì che fai notizia e della tua vita ne avrà cura qualcuno e se poi muori diventi anche un eroe. Eh sì, perché a quanto pare c’è ancora qualcuno che crede agli eroi.

A Rossella Urru non importa essere un’eroina, lei è innanzitutto una donna che ha messo a repentaglio la propria vita non per un ordine imposto dall’alto, ma per il fremito della sua coscienza e  per questo gesto volontario ha meritato il silenzio sulla sua vicenda, ma non fa niente, anche per questa volta noi lo Stato lo perdoniamo, quello che però non possiamo perdonare è la coscienza di chi crede ancora che esistano vite più importanti di altre.