Esistono pochi film, come pochi libri, che riescono a darti il tempo, a cadenzare il tuo respiro, a farti chiudere lo stomaco quando la stessa cosa accade sullo schermo, o tra le righe. Call me by your name è un fulgido esempio di questi capolavori fatti di cuore e di bravura. Di talento nelle cose “del cinema” ma anche nel portare chi guarda lì, in mezzo, tra Elio e Oliver. In quella villa, nel caldo estivo e nella frescura di un bagno notturno.
Il quinto lungometraggio di Luca Guadagnino che da ieri è ufficialmente in lizza per quattro Premi Oscar (Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Canzone, Miglior Sceneggiatura non originale) è un gioiello luminoso, musicale come uno degli spartiti di Elio, che trascina e lascia andare all’occorrenza.

Il protagonista, più che il giovane Elio o l’americanissimo Oliver, in realtà è l’amore. E quando si rende protagonista uno stato d’animo, un sentimento, serve essere bravi a renderlo tangibile, a non banalizzarlo, a non ricorrere a mezzucci o espedienti per farlo riconoscere. Un sentimento è come l’acqua per i pesci di Wallace, non puoi spiegarlo. Non puoi codificarlo, perché ognuno lo vive e lo evoca a modo suo. Ognuno si innamora con il proprio stomaco, con il proprio cuore e con i propri occhi, ma tutti si sono innamorati d’estate, a diciassette anni. Tutti hanno trafugato una reliquia stupida dell’adorato. Tutti hanno iniziato a copiarne qualcosa, per sentirlo più vicino nei gesti di ogni giorno, per convincere anche il fato che non può andare diversamente: il futuro li vede uniti. Call me by your name è un film sull’amore, quello vero, quello che parla («I wanted you to know»), mica quello dei giochini sul visualizzare e non rispondere. Per questo vederlo più di una volta non toglie nulla, perché è come innamorarsi di nuovo: non è meno bello della prima volta. Quella sensazione di groppo in gola nel pronunciare quel nome, lo stomaco che si chiude nel ripensare alla notte insieme non sono meno belle, sono sempre nuove. E Guadagnino dipinge tutto questo con una capacità unica, perfetta anche nella sua ambientazione. Una villa disordinata e bellissima immersa in una Lombardia magica, fatta di natura e di paeselli che noi italiani conosciamo pur senza esserci stati, che erano uguali cinquant’anni fa e lo saranno domani – qualcuno conserva un quadro del Duce «This is Italy», scorre un’affissione elettorale con l’edera del Partito Repubblicano, oggi ci sarà qualche scolorita foto di Bossi. Fatta di bar con le perline alle pareti, tornei di briscola e tende pelose, brutte ma correlativo oggettivo di sensazioni innate di caldo e odori di fumo stantio e di condensa di frigo; di parcheggi deserti e di un’architettura così incredibile da sembrare quasi sempre fuori posto, almeno per chi è del Nuovo Mondo.

Allo contempo perfetti sono i suoi protagonisti. Il giovane Timothée Chalament incarna egregiamente quella cosa che mescola spacconeria e totale inesperienza che chiamiamo adolescenza. Armie Hammer è l’americano in Italia, rimirato per i suoi capelli biondi e per la sua lieve arroganza che ti fa stare lì, seduto, mentre lui se ne va. «Later». Se fossimo in un manga giapponese lo seguirebbe una scia di impalpabili goccioline luccicanti.
Con Call me by your name a ognuno tornano in mente gli amori passati, lo struggimento di un ipotetico rifiuto, la gioia debilitante di quando invece è corrisposto, l’adrenalina delle mani che si toccano per la prima volta, la fame di baci. Ognuno torna alle sue attese, a quando ha guardato l’orologio mille volte, impaziente della sua mezzanotte. A ognuno torna la voglia degli amori futuri, di questo sentimento pazzesco, la stessa che ti fa voler rivedere il film un’altra volta appena finisce. Perché l’amore è bello anche se fa male, e questo non ci impedirà di volerlo vivere ancora e ancora.

Come in un azzardo (com’è l’amore), a rendere Call me by your name equilibristicamente perfetto concorre anche ciò che potrebbe stonare, come ad esempio una famiglia ai limiti della perfezione. Tutti brillanti, tutti progressisti, ricchi ma senza sfarzo, posati nel loro parlare tutte le lingue del mondo, bonari con la servitù, divertiti con la coppia morettiana – italianissima, quindi scomposta e sudaticcia – che si strappa le vesti di fronte al compromesso storico e al pentapartito. Capaci di comprendere quello che sta accadendo al figlio tanto da incoraggiarlo, tanto da provarne invidia.
E poi la bella estate, così vivida che quasi si tocca: la cinepresa che indulge sui costumi lasciati asciugare nel bagno, appesi al rubinetto della doccia, l’abbondanza della frutta e del suo succo, onnipresente e dissetante anche per chi lo guarda, i petti nudi a qualsiasi ora del giorno, la pigrizia delle letture nella freschezza di lenzuola bianche o di un prato, la radio che passa Battiato o un tormentone per fortuna dimenticato di Marco Armani. La luce dell’alba e il buio invero di un temporale di passaggio.

Ci sarebbe forse da dire qualcosa su chi siano i due protagonisti di questa emozionante, elettrizzante, commovente storia d’amore e di questa coming of age che per certi tratti mi ha ricordato Il Giardino dei Finzi Contini di Bassani. Sono due uomini, due ragazzi che vivono un amore bellissimo e, tra le altre cose, omosessuale. E questo “tra le altre cose” cela un’inedita forza di novità. Raccontare un amore tra due ragazzi di cui uno non ancora maggiorenne diventa un dettaglio che non conta nulla e proprio per questo diventa miliare. È l’amore che conta, a prescindere da chi lo vive. Call me by your name è un film memorabile anche per questa sua capacità di farci dimenticare che quello che stiamo guardando è un film su una relazione gay, normalizzandola completamente perché lo rende un dettaglio superfluo e l’immedesimazione in quegli sguardi, in quei baci è completa e universale.
Infine, il suggello musicale: gli inediti di Sufjan Stevens: Mistery of love – candidato all’Oscar – e l’altrettanto struggente Visions of Gideon.

Call me by your name non è un film, è la vita. Una dichiarazione d’amore all’estate, all’amore stesso, alla giovinezza, alla bellezza. Persino a quel modo di vivere che hanno certi ricchi acculturati e di sinistra ormai in via d’estinzione probabilmente per colpa del neoliberismo. E Timothée Chalament è lo strumento principale di Luca Guadagnino nel rendere il romanzo di André Aciman così palpabile e credibile. La sua è un’interpretazione magica, che ci prende per mano nel suo passaggio dalla timidezza impacciata del primo minuto al finale dove, nonostante il taglio di capelli alla moda, le cuffiette e il lupetto sotto la camicia ci suggeriscano che è diventato “grande”, in realtà dentro non è cambiato niente. E noi lo sappiamo che è così, per tutti. Si accendono le luci e siamo lì, a piangere con lui e con Visions of Gideon di Stevens, sorprendendoci che ah ecco, siamo al cinema, non nella nostra camera con i poster e l’Invicta sul letto a struggerci per un amore ormai finito.