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Forse non è facile essere felici perché ci piace rendere tutto difficile, anche quando non ce n’è bisogno. Ci complichiamo la vita e poi ci facciamo atterrare da due frasi dette col cuore. Succede anche con la musica: un sacco di ascolti super sofisticati e poi a restarci in testa ci pensa Calcutta. I dischi italiani che ci piacciono tanto sono quelli che riempiono i vuoti difficili con la stessa semplicità con cui nostra madre ci copriva quando da piccoli avevamo freddo. Tra me e Erika è successo più o meno così quando il 27 settembre è uscito il video di “Cosa mi manchi a fare” (che oggi ha più di 200mila view su Yt). Ci siamo scritte e abbiamo messo il sale sulla coda a Calcutta, un ragazzo di Latina che in realtà si chiama Edoardo. Facciamo qualcosa, intervistiamolo, ci siamo dette. Poi ha scritto pure Silvia «Ma Calcutta quanto è caruccio?». Massì dai, facciamo anche le foto, c’ho tutto in mente. Sì, insomma, un sacco di roba. Poi è successo che “Mainstream”, uscito il 30 novembre per Bomba Dischi, è diventato un dardo per un sacco di cuori sparsi per l’Italia, quindi quel c’ho tutto in mente è diventato questa intervista a quattro mani, senza foto (tranne una, scema), perché sennò si finiva per fare come sopra: rendere difficili le cose semplici, e abbiamo imparato che non ce n’è bisogno. Calcutta c’è piaciuto perché nelle sue canzoni c’è del disagio, ma è un disagio al gusto pop, che fa sembrare le cose più leggere. Melodie extra catchy e testi immediati che mirano dritti al cuore del problema (perché un problema c’è sempre, e pure il cuore). “Mainstream” è l’amore che non fila mai liscio come vorremmo, gli sbagli (e le pizze) di mezzanotte, l’appartamento di una vita in disordine, tutte le piccole cose che restano incastrate tra i pensieri sfuocati. D’altra parte, come si fa a non voler scoprire di più da chi ci dice che voleva solo «scomparire in un abbraccio» e spaccarti la faccia se non gli dai il cuore?

Cosebelle: Ciao Edoardo! Calcutta al principio è nato come un duo, poi il corso delle cose ti ha portato a continuare solo e cantautore. Se non sbaglio, era il 2011. Come hai affrontato allora la cosa? Hai sentito molto il peso della mancanza di sezione ritmica?
Calcutta: Non eravamo proprio una band, non facevamo mai le prove e la maggior parte dei pezzi erano improvvisati sul momento quindi più che la sezione ritmica (che al tempo era composta da due tamburacci sfondati) mi è mancato tanto cazzeggiare con il mio amico Luca sul palco. Poi ho imparato a farlo da solo.

CB: Rispetto al tuo primo album “Forse…” (2012), “Mainstream” è sicuramente più pulito, più pop, niente più lo-fi e voce perennemente riverberata. Unici varchi scuri e a tratti claustrofobici, restano i due pezzi strumentali su terreno electro: “Dal Verme” e “Intermezzo 1”. Non hai avuto timore che spezzassero un po’ l’ascolto del disco? Ci spieghi meglio queste…
C: C’è poco da spiegare purtroppo. Mi, piace, mettere, qualche ,virgola, in, più, nei, discorsi.

CB: “Mainstream” ci ha conquistati in molti. Quando lo hai chiuso che aspettative avevi? Qualche anticipazione sulle date live in giro per l’Italia?
C: Finito di registrare e mixare il disco ho scollegato il cervello e ho detto – sticazzi – avevo zero aspettative di qualsiasi tipo. Sul palco invece saremo in 4 ma in giro con noi ci sarà un bravo ragazzo/fonico emiliano. Non so cosa altro anticiparti : ) .

CB: “Non ho lavato i piatti con lo Svelto è questa la mia libertà”. Davvero quello che possiamo fare come massimo atto di libertà è contravvenire a quello che bisogna fare? Può essere anche per questo che spesso i trentenni o giù di lì si sentono tagliati fuori, perché non sanno lottare per quello che vogliono? Perché non pretendono più niente dato che “non è lo stesso di tanti fa”?
C: Non lo so, quella dello Svelto è una storia vera. Quella canzone parla del casino che avevo in testa in un preciso periodo della mia vita. Ha molto senso quello che dici te, però se hai trent’anni o giù di lì non mollare eh! Mi raccomando.

CB: Tante frasi sembrano senza senso. “Ricordami le olive sono buone” “Pesaro è una donna intelligente”. Quanto il nonsense è utile per uscire dall’empasse della strofa e quanto invece quello che sembra non avere senso invece ce l’ha per chi scrive o per un destinatario particolare?
C: Metto la crocetta sulla casella “senso per chi scrive / destinatario particolare (spesso destinatario particolare)”.

CB: In Mainstream c’è anche la dicotomia Roma-Milano. Io che non vivo in nessuna delle due città ti chiedo: ma si sente molto questa differenza? Per i romani davvero è così asfissiante Milano?
C: Le differenze ci sono e mi sembrano evidenti salendo a Roma Termini e scendendo a Milano Centrale. Se mi dai la tua mail ti mando due foto così ti rendi conto. Io sono di Latina e mi sento davvero innamorato di entrambe le città anche se non riesco a sopportare i loro difetti. Nella mail ti scrivo anche la storia di quel pezzo se vuoi.

CB: Visto il successo improvviso che spesso hanno nel mondo indipendente certi dischi italiani, dove la parte fondamentale della portata è il testo e il cantato, non è che tutto sommato quello che scioglie e che è mancato per un po’ è stato il testo facile e cantabile in maniera liberatoria?
C: Sicuramente, e poi mancherà il contrario.

CB: I testi di “Mainstream” sono provocatori, ma al tempo stesso densi di una dolcezza naïf, ancorati a città sempre diverse come fossero la colonna sonora di cartoline animate dai ricordi. Fondamentalmente, sono canzoni d’amore a testa in giù. Un lieto fine?
C: Il lieto fine arriverà a maggio, ma i ragazzi di Bomba Dischi mi hanno detto di non parlarne troppo. Nel nostro mondo la dolcezza è spesso vista come una cosa naïve, è una cosa che fa riflettere.

CB: Curiosità: ascoltando l’album degli Any Other, “Silently. Quietly. Going Away”, abbiamo notato che hai contribuito in un brano: “To The Kino, Again”. Com’è nata questa collaborazione?
C: Eravamo fidanzati.

CB: Che artisti ti capita di ascoltare in questo periodo?
C: Sto ascoltando molto Tender Buttons dei Broadcast e video a caso su youtube di ‪Françoise Hardy‬.

CB: Che ha De Gregori – e chi lo ascolta – che non va?
C: Ahaha assolutamente nulla. Era solo un modo per dipingere certe cose.

CB: Una cosabella.
C: Gli Smiths.

CB: Te l’aspettavi?
C: La domanda su Milano no.

Intervista a cura di Erika Fiumi e Teresa Bellemo.