I quaderni che hanno fatto la storia del cinema.

Passeggiando nel quartiere di Saint-Germain, tra folate di vento gelido al profumo di rose, capita di imbattersi nelle belle edicole parigine che spesso strizzano l’occhio a vere e proprie librerie. Nel tragitto che faceva il mio sguardo da una caricatura di Sarkò a una di Carlà, ho ricevuto l’equivalente ultraterreno di una folgorazione sulla via di Damasco.
Tutte quelle parole tronche hanno evocato come l’eco di una musica celestiale, una semplice frase composta da due nomi più preposizione, che si trova ad essere il titolo della rivista più importante della storia del cinema: i Cahiers du Cinéma.

Non fatevi ingannare dal nome: non vi troverete davanti dei semplici quadernetti con qualche recensione di film da cassetta, bensì l’enfant prodige di Bazin, Godard e Truffaut che ha modificato per sempre la datazione della produzione cinematografica moderna dividendola da allora e per sempre in a.C. e d.C. (prima dei Cahiers e dopo i Cahiers – tanto per non uscire per il resto dell’articolo dalla metafora biblica).
Con il prezioso oggetto tra le mani e sullo sfondo il caffè dove solevano sedere Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir (La Palette, per gli interessati) fumando cento sigarette e scrivendo i libri che la sera mi accompagnano nei sogni, ho provato il brivido che solo certi luoghi e oggetti sanno provocare quando odorano di Storia.

Di colpo poteva certo essere uno stupendo maggio francese 1951 ed io la spettatrice inconsapevole delle discussioni di un gruppo di ragazzi poco più che ventenni che, zuppi dell’arroganza e della voglia di cambiare il mondo che si ha solo a vent’anni, avrebbero prestato i loro occhi a più di una generazione, modificando forse non il mondo, ma di certo lo sguardo del cinema.
Con la nascita dei Cahiers la Nouvelle Vague si infrange su Parigi e da lì, inarrestabile acqua distillata di rivoluzione e innovazione, dilaga.
Quei ragazzi rivendicavano su tutto la priorità della poetica dell’auteur, l’autore, intellettuale e difficile, spocchioso e colto, citazionista e inarrivabile, borghese ma controborghese, impegnato e cinico, amante del colore quanto della provocazione, così francese e così cosmopolita.

Ancora oggi i Cahiers sono un’istituzione, rispettata e temuta, nonché la più prestigiosa rivista cinematografica francese. Dalla storica veste gialla e nera si è passati a copertine più elaborate, ma il fascino è rimasto invariato. Il numero di Maggio, come al solito, ospita lo “Speciale Cannes” recensendo tutti i film in concorso, compreso il nostro Habemus Papam cui dedica un lungo spazio. Eppure non tralascia di riportare alla luce film del passato, fornendone la critica come se fossero usciti ieri nelle sale e restando così profondamente riconoscente a tutta la sua storia.

Per non farsi mancare nulla, ogni anno la rivista pubblica oltre che il mensile standard, volumi monografici sui maestri del cinema e una serie di Essais su problemi di cinematografia, montaggio, luce, scenografia. La rivista, se cercate bene, si trova anche in Italia, purtroppo non tradotta in italiano.
Una vera ghiottoneria per incalliti cinefili.

Ridestata dal mio sogno, poco fuori dal bistrot, mi trovo dinanzi una piccola sala dove, può succedere solo a Parigi, c’è un matinée. Danno Il Servo di Joseph Losey, un piccolo capolavoro di sadismo fatto pellicola. Ecco mi sarebbe piaciuto entrare e trovare in ultima fila Jean-Pierre Leaud, alias Antoine Doinel alter ego di Truffaut ragazzino ne I 400 colpi sfuggito al rimprovero della madre perché odiava lo sport e “si rinchiudeva nei cinema a rovinarsi gli occhi”.
Meno male che da ragazzi non si dà mai ascolto alle mamme.