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È successo, è successo vicinissimo, l’aeroporto dove avevi dimenticato il bancomat per un volo che partiva troppo presto. E poi la metropolitana, quella che usiamo tutti, quella dove siamo risaliti dopo gli attentati di Parigi, guardandoci spaventati quando si fermava e con sorrisi negli occhi di sollievo quando ripartiva. È successo vicinissimo ai nostri uffici, quelli di molti, di tutti. Alla fine di una strada lunghissima dove alle 9.20 alcune persone correvano indietro, e tu ti ritrovi ad attraversare veloce, sentire al telefono “Maalbeek, qui dicono Maalbeek”, era Maalbeek, e Schuman.

Cammini veloce, le signore della sicurezza davanti a uno dei garage corrono anche loro dietro l’angolo e le perdi di vista, ti togli dai piedi, non intralci, vedi arrivare su Rue Beillard tutte le macchine possibili della polizia e le prime ambulanze, arrivi in ufficio. Come stai? Tutti attaccati a twitter, giornali online, messaggi, chiamate perse perché i telefoni non vanno. Scrivi a tutti, rispondi a tutti. Leggi, segui, dici “bene, davvero” cento volte, e te lo dicono. Ma nessuno sta bene. Perché la paura, il pericolo, la disumanità dell’orrore.

Alle sei esci, a Maalbeek, nella strada dietro, lasciata aperta, ci sono macchie per terra che fanno salire il cuore negli occhi. Dalla Bourse, in centro, iniziano a riunirsi le persone, insieme, per caso, per scelta, perché passano di lì, perché è l’unico modo di salvarsi. Forse. E scrivono per terra. Un’enorme lavagna di parole, frasi, disegni, pensieri. Di solito li fanno i bambini, ci giocano, saltano fuori e dentro i bordi. Respirano. E le persone, gli sguardi per strada, sconosciuti, turisti, sappiamo cosa stiamo pensando e cosa siamo, tutti.

Il giorno dopo è il peggiore, il tempo di capire. È successo. I numeri, le vittime, i feriti. L’orrore addosso. “Far finta di niente non cicatrizza”, era una delle didascalie a qualche foto bellissima di Valeria Maggiora. Terribilmente vero. Non è vero che si riprende, la normalità, non è vero. La mattina dopo fa freddo, è grigio, semivuoto, basta una voce alta di un signore da un auto mentre passi per sobbalzare. Molti cercano modi di andare via, tornare a casa prima con la scusa delle vacanze di Pasqua, perché non è vero che si va avanti. Si soffre e basta. Ferita, vai avanti solo per atto meccanico, per inerzia, per rispetto alle vittime vere. Perché siamo umani. Poi, la sera, torni in centro. Ancora più persone, bandiere, parole per terra. Non c’è più spazio: tv, militari che a momenti pesti per fare una foto, ma ti sorridono e pensi “grazie”. La vita di chi passa la vita a salvare quella degli altri, a provarci, a rischiare la propria. Un gruppo di ragazzini inizia a cantare, battono le mani. È la paura, è il modo di far fluire il terrore.
Cosa c’era da fare? C’era saltare sul primo pullman e andare altrove anche se i voli non partono, c’era andare a correre, con le cuffie verdi, ieri alle 7, su Rue de loi, con gli occhi persi, c’era non dormire per un gatto di un’amica che miagola e non smette, quasi avesse capito. C’era chiudersi in casa e pensare non me la sento di uscire. C’era cantare. Cantare canzoni in francese e in inglese da video di Mtv o quello che guardano i ragazzini oggi, non lo so. Stare lì, in una strada, è un modo di dire certo che abbiamo paura, certo che ci sentiamo bersagli mobili, certo che soffriamo, neanche si riesce a dire quanto. Perché quelle persone ieri, chi ce le riporta indietro? E perché sono morte? Perché potevamo essere tutti, potevano essere amici e cari, e perché sono loro, una per una. Un colpo secco, sordo, la disumanità di gettare nel terrore una città, un giorno orribile.
Soffriamo, sì. Lasciateci soffrire.
Ma ci stiamo già riprendendo, litighiamo coi comunicati stampa e con le conference call, abbiamo il velo, 16 anni, parliamo italiano con l’accento mediorientale e diciamo “non ho ancora realizzato” con gli occhi tristi sul bus numero 63, camminiamo, facciamo la spesa. Non è come prima, non si va solo avanti, si va avanti con quello che è successo ieri, che è lì, qui, e non si tocca, non si deve. Dobbiamo tenerlo a memoria per sempre. E ci pensi ancora più forte proprio mentre quei ragazzini cantano e un signore fa una foto, e si velano gli occhi, e non c’è altro modo. Quella luce è per chi era ieri e per chi può essere lì oggi. Bisogna respirare. C’è molto da ripensare, da fare, da ricostruire. Ma siamo questo, aperti, in strada, mobili, liberi. Liberi. E non ce lo toglierà nessuno.

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Elisa Sola ha 27 anni, vive a Bruxelles ed è appassionata di Europa, politica, parole e musica. Alle prese con sogni, barrette di sesamo nebbie e schiarite. Ama le storie, e lavare i piatti.