di Maria Giuseppina Muzzarelli

Che cosa vi viene in mente se vi dico “moda”? Una passione, un mestiere, un’arte oppure una parola vuota e frivola? Un segno che identifica un’appartenenza, oppure lo shopping compulsivo-consolatorio, le 2.700 paia di scarpe di Imelda Marcos? Ognuno di noi all’udire pronunciare queste due sillabe può compiere una diversa associazione d’idee. A molti nel mondo però, una cosa è certa, fa venire in mente l’Italia. E la sua moda complicata e varia pari solo alle sue contraddizioni.

Esce per la collana Intersezioni de Il Mulino, questo bel testo che ci aiuta a rintracciare le radici del predominio del made in Italy nel mondo. L’autrice, docente all’Università di Bologna, osserva le stoffe con la lente di ingrandimento della Storia del costume, per carpire i segreti che si annidano nelle trame del tessuto.

Via via che si procede con la lettura, si dispongono in una variopinta carrellata che inizia nel XIII secolo e arriva fino a noi, sarti, cortigiane, contadine, musici e mannequin.

Non solo viene ricostruita una storia del costume, ma anche si danno risposte storicamente fondate ai più frequenti perché della moda: perché un anno vanno le righe e uno i quadretti? Perché il “gotico” sviluppo verticale si alterna a quello rotondeggiante e orizzontale? Il vintage ci piace tanto perché è buono come il vino d’annata? Perché al variare delle ampiezze delle gonne, corrisponde una modificazione dell’ampiezza del nostro girovita?

Conoscere le risposte a queste domande vuol dire soprattutto imparare a vestirsi con la consapevolezza di cosa dicono di noi e nostro malgrado i vestiti che indossiamo. Quale messaggio scorre sui nostri corpi luminoso come un’insegna al neon. Chi citiamo quando infiliamo un cappello o una cravatta sottile, di quale rivoluzione ci facciamo portavoce.

Così come non è bello sentirsi attribuire parole che non abbiamo detto, allo stesso modo dovremmo stare attenti a non portare in giro per il mondo contenuti estetici che non ci appartengono. Perché essere padroni di se stessi è un valore anche quando si tratta di estetica.

La moda ci parla di noi e noi restituiamo l’anima al colore, al damasco, alla forma. Tra i vari modi di rendere esteriore una vibrazione interna, un credo, un sentimento, la moda è quello che più è vicino a noi, per facilità di accesso ed aderenza al corpo, che, si sa, respira, ama, è costretto o glorificato.

Una storia della moda è dunque una storia del corpo e specie del corpo femminile, che sperimenta nei secoli la prigione del corsetto che ne spezza il respiro o il feticismo dei tacchi alti che ne rallenta la corsa, simboli di un desiderio maschile di controllo che nella moda trova il suo alleato. Eppure quello stesso corpo si ritroverà dinanzi a roghi a bruciare reggiseni, o ad assaporare la prima libertà accorciando l’orlo delle gonne.

Insomma nemica o alleata, colpevole o innocente, elitaria o popolare, conformista o ribelle, la moda non smette di far parlare di sé e di parlare di noi.

Conoscere il linguaggio e la storia della moda, ci aiuta a diventarne padroni, a emanciparci. In fondo gli eserciti moderni di fashion victims non sono altro che l’ultima espressione in ordine di tempo della schiavitù generata dall’ignoranza. Vestiti responsabilmente.