Maddalena.

Maddalena è seduta sul suo divano acquamarina illuminata dalla luce azzurrognola del televisore. Si stringe la pancia gonfia come un oboe tra le mani. La sente esplodere, come se avesse appena inghiottito un uovo enorme.

La fame di Maddalena è una fame che non ha nulla a che fare con la sana e meritata languidezza che prende la bocca dello stomaco, il dolore euforico che il corpo usa per comunicarci il suo bisogno di essere nutrito per continuare il proprio naturale e involontario lavoro. Maddalena non si nutre, Maddalena non mangia, Maddalena gode con la bocca piena.
Il sapore per lei è la forma più straordinariamente alta di piacere: una crostata di ricotta può per esempio trasportarla, come in un tango, tra gli estatici sentieri del principio del piacere in una incontrollabile frenesia sincronica dei sensi, che lei chiama il mio vizio impuro.
L’uso invertito del proprio cavo orale la porta chiaramente ad ingrassare e i depositi adiposi sono, secondo lei, la causa e la manifestazione della condizione di estrema solitudine in cui vive. Maddalena infatti spreca molte delle sue energie cercando vari, bizzarri e ingegnosi modi per non mangiare. Incominciare a mangiare è la fine o sarebbe meglio dire l’inizio di una cacofonia di antine della cucina, di rumori di stoviglie e di slish slash delle confezioni che ritmicamente apre. “L’astinenza, la purezza, la continenza sono quelle qualità che devi cercare per trovare pace e equilibrio” le dice il suo Super-Ego, mentre l’Es le sussurra semplicemente “Piacere…” e nessuno può immaginare quanto sia divino il suo piacere.
Quando deve mangiare o in serate come questa, Maddalena sceglie però solo cibi selezionatissimi.
Il suo delirio auto punitivo magari non le fa toccare la pasta che non mangia ormai da un anno, non le fa usare l’olio di oliva che non adopera da almeno sei mesi, ma alla fine riesce ad ingurgitare, come per esempio stasera: insalata di pomodori, zucchine e fagiolini bolliti, 1/4 di patata lessa e fagioli bianchi; poi una fetta di salmone affumicato sopra a del pane azzimo, tre fette di crostata dietetica e cinque bicchieri di vino rosso. Senza contare quello che aveva mangiato un’ora prima che fosse pronta la cena: pane azzimo, qualche pezzo di pane raffermo (il pane raffermo è meno buono, quindi la fa sentire meno in colpa) e sette gallette di riso integrali.
Inutile dire che lei non mangia mai al ristorante, ma se per terribili contingenze cosmiche si ritrova in uno di quei luoghi di perdizione allora ne analizza scientificamente il menù: lo scruta, lo studia cercando la combinazione calorica minore. La trova, sempre. Ordina.
Fa lo stesso al supermercato: lei legge gli ingredienti di ogni tipologia di cibaria, poi scarta quelle che contengono oli idrogenati o di palma, grassi vegetali, sciroppo di glucosio parzialmente invertito, lieviti industriali e poi ne acquista la confezione più piccola… Maddalena cerca di controllare la sua ingordigia con l’assenza di sapore e l’auto-razionamento delle porzioni.
Il vino, quello rosso è l’unico strappo che si concede ogni giorno. Maddalena berrebbe solo vino rosso, il suo preferito è il Lagrein, se non dovesse avere una vita di relazione se ne nutrirebbe con vera e propria concupiscenza. Oh, il Lagrein! Un’orchestra di aromi floreali e di frutta tra accenti di viola, brunella ed amarasca. Poi il timbro del cuoio ed ampliando lo spettro olfattivo i toni di vaniglia, affumicato e pietra focaia. Il Lagrein è una donna e poi un uomo, un feticcio della mela di Platone.

Vino che, per esempio, sta bevendo ora e di cui ne ha già bevuti cinque bicchieri, seduta sul suo divano di velluto verde acquamarina, mentre guarda per l’ennesima volta Un tram chiamato desiderio.

La pratica del portarsi in continuazione cose alla bocca è l’esteriorizzazione della costante crisi d’astinenza culinaria che vive tutti i giorni e per tutto il giorno. Si alza e corre a fare colazione, fuma subito una sigaretta, si lava i denti; esce di casa per prendere l’autobus e si mette in bocca una gomma da masticare, poi beve un caffè davanti alla fermata, fuma un’altra sigaretta, beve dell’acqua, mastica un’altra gomma, e magari seduta sulla moquette di un sedile dell’autobus si mette a mangiarsi le pellicine delle dita; mentre attraverso il finestrino, Maddalena guarda il paesaggio grigio e spietato di una periferia industriale pensando: “Ma io che ci faccio qui?”.
Arriva in ufficio alle 9.00 spaccate, lavora al centralino di una grossa azienda tedesca che produce lavastoviglie industriali (… dove può portarti una laurea in lingue!) e  prima di accomodarsi nel suo cubicolo e indossare cuffie e microfono, beve un caffè terribile alle macchinette nella sala ricreativa del personale. Esce nuovamente fuori dal prefabbricato di lusso e nell’amenità di un parcheggio e della puzza della tangenziale, fuma l’ennesima sigaretta cercando di non pensare alla ritenzione idrica.
Sgranocchiando carote aspetta la pausa-pranzo.
Alle 13.20 Maddalena, di solito, ha già finito di mangiare una Simmenthal e sta fumando un’altra sigaretta seduta sui gradini di metallo della scala antincendio.
Altre quattro ore di innumerevoli e identici: “Pronto sì, buongiorno. Prego sì, buonasera”, intervallati da copiosi sorsi di Coca Cola Light e dal rumoroso mastichio di una confezione di gomme da masticare sugar free.
Alle 18.45 arriva finalmente a casa, un monolocale in affitto sulla Vigevanese. Appena entrata in casa, Maddalena guarda il frigorifero e le antine della credenza con vera e proprio concupiscenza. Quindi si accende una sigaretta e temporeggia parlando al telefono con la madre.
Verso le 19.45 il piatto è pronto. Maddalena comincia a cenare implorando la sua coscienza di fare lo sporco lavoro.

Quello che, secondo lei, non è riuscita a fare stasera.

llustrazione di Fanna