Le 27 costruzioni BoCS Art sono un’opera di architettura contemporanea progettata sul lungofiume di Cosenza dall’architetto (e attuale sindaco) Mario Occhiuto. Queste casette sono state realizzate con materiali eco-sostenibili, in legno lamellare e sono dotate di pannelli fotovoltaici sul tetto. Sono residenze per artisti nate da un’idea per riqualificare un’area abbandonata della città. Il progetto, a cura di Alberto Dambruoso, critico d’arte, è stato inaugurato a luglio 2015 e in due anni si sono susseguiti in residenza oltre 300 artisti provenienti da tutto il mondo. Gli artisti si alternano ogni 15 o 30 giorni e risiedono in un modulo che diventa la loro casa e il loro studio; vengono selezionati dopo l’invio di una candidatura o direttamente invitati dal curatore. Durante il periodo di residenza vivono in comunità, mangiano insieme, fanno escursioni sul territorio e, soprattutto lavorano interagendo con la città, con i residenti e con gli artisti locali. Hanno l’occasione di esporre i propri lavori al pubblico e un budget per i materiali necessari a creare un’opera d’arte da lasciare in eredità alla città per il futuro Museo di Arte Contemporanea di Cosenza.

BoCS Art a Cosenza, il colpo d’occhio

  • Chi ci abita: 26 artisti in modo temporaneo + 1 box occupato dai ragazzi che gestiscono la residenza
  • Dove: Cosenza
  • Superficie: ogni modulo misura 25 m² suddivisi su due piani: una camera, un bagno e uno studio. Area polifunzionale condivisa di circa 100 m²
  • Anno di costruzione: 2015
  • Architetto: Mario Occhiuto
  • Il particolare interessante: ogni artista vive e lavora all’interno della casetta che per un periodo limitato diventa sia la sua casa che il suo studio. Il nome del progetto BoCS rimanda alla parola inglese box – scatola, la forma dei moduli abitativi – e alla sigla di Cosenza.

Questo progetto, che ha vinto il primo premio Smau Napoli 2015 nella sezione Smart Cities, Communities and Social Innovation, ha ricevuto dei fondi della Comunità Europea per ridare a Cosenza l’identità di città fluviale e creare uno spazio nuovo destinato agli artisti, di apertura verso l’Europa. Le costruzioni prefabbricate formano una cittadella dell’arte in un’area trascurata lungo il fiume Crati, che si trova sotto il centro storico della città. Sono state infatti progettate per dialogare con il contesto fluviale pur rispondendo agli obiettivi di sostenibilità ambientale.

Sono 27 casette numerate e divise in tre aree: le prime due affacciano sul fiume Crati e sono formate rispettivamente da 8 moduli la prima e da 9 la seconda. Sono abbastanza vicine tra loro e separate dall’area ristorazione dove tutti gli artisti si riuniscono per mangiare. La terza area è un po’ più distaccata dalle altre, ci sono 10 casette disposte a semicerchio, creando così al centro una sorta di piazzetta

Nella terza area si trova anche una sala polifunzionale, ovvero una struttura più grande dotata di ingresso, bagno, ufficio e di un’ampia stanza dove si svolgono una serie di dibattiti, incontri e workshop organizzati dal curatore o dagli stessi artisti. La cittadella dell’arte è sempre aperta al pubblico, chiunque può camminare lungo il fiume e interagire con gli artisti, infatti la struttura vetrata delle casette è pensata per permettere ai cittadini di assistere alla realizzazione delle opere d’arte e di partecipare alle attività proposte durante il periodo della residenza artistica.

BoCS Art, un racconto in prima persona da Cosenza

In foto, da sinistra: Natalino Spadafora, Piero Gagliardi, Fabrizio Marano e Patrizia Pichierri dell’associazione Raku Aps

Quasi due anni fa, ad ottobre 2015, sono stata anche io un’artista in residenza ai BoCS Art e ritornare per documentare questo progetto è stato molto bello. Soprattutto rivedere i ragazzi di Raku Aps l’associazione, fondata nel 2015, che si occupa di gestire l’organizzazione e la logistica dei BoCS Art.
Patrizia Pichierri, Natalino Spadafora, Fabrizio Marano e Piero Gagliardi, sono le prime persone che gli artisti incontrano quando inizia la loro permanenza: il loro ufficio si trova infatti nel box numero 1 e da lì gestiscono l’accoglienza e le esigenze degli “ospiti”.

L’architettura dei BoCS Art è concepita pensando allo spazio vuoto come uno spazio libero per poter creare. Gli artisti infatti sono chiamati non solo a confrontarsi con il territorio, ma anche a interagire con il box che oltre ad essere la loro casa è inteso anche come ambiente di lavoro per realizzare le opere e come spazio espositivo per presentarle alla città.
L’opera La cueilleuse (in foto), ad esempio, dialoga perfettamente con lo spazio in cui è installata. Cecile Hug è un’artista franco-svizzera che vive a Parigi; dato che il territorio cosentino è ricco di uliveti, si è ispirata alla poesia Arbolè del poeta spagnolo Federico García Lorca per ricostruire in gesso centinaia di olive montate su un cerchio di legno sospeso nello spazio. Mi spiega che ha progettato la sua opera «in modo che fosse sospesa al centro della finestra. L’altezza dell’istallazione permette di guardarla dall’alto e la sua posizione la rende incorniciata nella vetrina, sia che la si guardi dall’interno che dall’esterno della casetta». La suddivisione degli spazi all’interno dei box prevede una zona notte al piano di sopra, dove la finestra può essere oscurata con una tenda bianca, e lo studio al piano di sotto, che invece rimane sempre a vista. L’arredamento è molto spartano, al piano di sopra c’è solo un divano letto matrimoniale e un armadio, mentre al piano terra c’è un tavolo con una sedia e un piccolo bagno con doccia. Ogni casetta ha due condizionatori d’aria alimentati dai pannelli solari sul tetto.

All’inizio di ogni residenza le casette vengono pulite e rifornite di biancheria. Gli orari di lavoro sono regolati dai pasti, colazione dalle 8 alle 10, pranzo alle 13:30 e cena alle 20:30; per il resto ognuno è libero di gestire il tempo come preferisce.

I primi giorni di residenza servono per orientarsi in città, trovare ispirazione per realizzare la propria opera, esplorare la zona, parlare con le persone del luogo e trovare i materiali necessari. Alcuni artisti arrivano già con un progetto in mente, altri si lasciano ispirare dal luogo e altri ancora stravolgono completamente il loro progetto in corso d’opera. A chi vuole viene data una bicicletta comunale con cui andare in giro, ma i più si organizzano condividendo le automobili di chi ha deciso di viaggiare in macchina o chiedendo aiuto ai ragazzi di Raku Aps. Durante i pasti, che sono preparati da un servizio di mensa, gli artisti cominciano a conoscersi e piano piano i momenti conviviali diventano fonte di scambio, di confronto e di crescita.

Arrivo a Cosenza all’ora di pranzo della terza settimana di residenza. Fabrizio Marano mi viene a prendere alla stazione, mi assegna il box numero 7 per i due giorni della mia permanenza e mi presenta agli artisti riuniti a mangiare. Mi accolgono tutti molto calorosamente, sono felici di raccontarmi la loro esperienza e poiché vivono insieme già da due settimane formano un gruppo affiatato. Descrivo loro la mia residenza di due anni fa e spiego che sono tornata per raccontare la vita nei BoCS Art.

C’è un po’ di agitazione perché la loro esperienza sta per concludersi e si stanno preparando per l’evento di presentazione delle opere alla città e forse perché so esattamente quello che stanno vivendo, mi fanno subito sentire parte del gruppo. Gli racconto che durante la mia residenza ho realizzato due opere sul tema del passaggio e nella presentazione finale ho installato anche gli oggetti che avevo usato per vivere nel box: un comodino, un lumino per leggere, alcune guide e mappe della città, uno specchio e un orologio da muro recuperati ai mercatini dell’usato e disposti in mostra come segno del mio passaggio nel box. Questi oggetti sono poi rimasti ai miei successori (conservati tuttora da Fabrizio e Patrizia di Raku Aps) e quindi la prima cosa che voglio sapere è se hanno trovato all’interno del box degli oggetti lasciati da chi vi ha abitato precedentemente o se loro stessi avessero aggiunto qualcosa al box che verrà trovato dai futuri residenti.

Alcuni non hanno trovato nulla né lasciato nulla, altri invece hanno trovato mobiletti, comodini, tende scure, lumini o mensole e a loro volta hanno creato attaccapanni, tavoli e fili per stendere i panni.

Opera: Fullon (foglia), autore: Chiara Valentini, tecnica: scultura in tessuto ricamato in seta, anno: 2017

Professionista: Cristina CusaniScopri altre foto di case e interni

Visto che in Calabria non ci sono molti negozi di arredamento a basso costo, bisogna reperire le cose nei mercatini dell’usato dove si trovano mobili di altri tempi che contrastano con lo stile contemporaneo dei moduli. Dopo questa prima chiacchierata decido di intervistare alcuni degli artisti in residenza e molti di loro mi raccontano che inizialmente erano preoccupati dalla struttura vetrata del box che li faceva sentire in vetrina o all’interno di un monitor, ma che dopo un po’ non solo non percepivano più il fatto di essere visibili, ma anzi la finestra con il tempo si è trasformata in un’apertura da dentro verso fuori e non viceversa. Sicuramente ha aiutato l’insonorizzazione del box che crea una vera e propria dissociazione tra vista e udito: vedi fuori ma non senti, ti vedono ma non ti sentono.

Dentro al processo creativo

Opera: Memoria liquida, autore: Monica Pennazzi, tecnica: fibra di cotone con filo di silicone, anno: 2017

Professionista: Cristina CusaniCerca foto di case e interni

Il mio box si trova nella prima area e inizio le interviste con la mia vicina Chiara Valentini, un’artista marchigiana che lavora con i tessuti e che per realizzare la sua opera ha interagito con gli abitanti della città. Durante le sue ricerche nei primi giorni di residenza, Chiara ha scoperto che Cosenza ha una tradizione molto importante di coltivazione di bachi da seta e ha deciso di riprodurre un bozzolo. Mi spiega: «Il baco con un unico filo crea la forma contenitore dove si trasformerà in crisalide e io per la mia scultura ho usato un unico filo di seta. Visto che tutta la comunità partecipava alla bachicoltura, ho chiesto alle persone della città di darmi dei pezzi di stoffa in modo da ricreare il senso di comunità, mi hanno regalato anche il filo di seta! Ho utilizzato le stoffe donate e ci ho aggiunto dei piccoli ricami legati alle persone che mi hanno aiutato o a dei simboli trovati nel centro storico di Cosenza. È una scultura molto influenzata pure da questa residenza in cui condividi tutto, anche se poi ognuno vive nel suo spazio che è un luogo a sé». Infatti anche se c’è uno scambio continuo, ogni artista può rifugiarsi nel suo box e lavorare senza essere disturbato. Molti artisti pensano che sia importante che l’arredamento del box sia spartano e minimale perché il vuoto li aiuta a ragionare e lo spazio bianco può essere riempito dagli appunti dai materiali di lavoro e infine dall’opera d’arte.

Monica Pennazzi è un’artista di Ancona che vive gran parte dell’anno a Rio de Janeiro, si occupa principalmente di istallazioni urbane, quindi ha usato il modulo abitativo per ricreare l’opera che ha installato nel fiume: «Ho voluto creare una scultura per il fiume che scorre davanti al mio box. Osservandone le pendenze e le anse ho legato dei nastri a delle boe di gesso; il fluire dell’acqua, tendendo i nastri, dà la forma alla scultura. Poi nel box ho ricreato la tensione dell’acqua utilizzando i limiti dello spazio: i fili pendono dall’alto e attraversando la fibra di cotone sedimentano a terra, lateralmente escono dal box e poi rientrano seguendo un flusso di energie. La mia opera vista da fuori, con i riflessi sul vetro del box, rende ancora di più l’idea del flusso che si fonde con il passaggio circostante». Nel box Monica si è trovata benissimo poiché anche la sua casa è un loft studio-abitazione in cui ha molta importanza lo spazio vuoto, perché lei ha bisogno di «occupare lo spazio e muoversi nello spazio».

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Il racconto di Cristina Cusani prosegue su Houzz