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Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) si porta a casa quattro statuette agli ultimi Oscar: film, regia, fotografia e sceneggiatura originale. Un trionfo per questo film rocambolesco che parla proprio di Hollywood, dei suoi clichè, delle sue contraddizioni, dei suoi vizi, delle sue perversioni.

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Un film che è come una grande scatola cinese, come una matrioska. Un regista di film d’autore come Inarritu che fa un film su un protagonista di blockbuster che vorrebbe dirigere teatro d’autore, un protagonista – Michael Keaton, splendido – che è stato Batman e qui è Birdman, l’uomo pipistrello della nostra infanzia e il dispotico uomo uccello che scimmiotta Twitter, assunto ad unico Dio.

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Un film che mentre inscena la guerra tutta contemporanea tra mainstream e underground replica parimente l’incessante lotta interiore tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra l’immagine che il mondo ha di noi e l’immagine che noi abbiamo di noi stessi. L’uccellone birdman che ci sta dietro come un corvo e ci spinge a cedere, a mollare la presa, ad essere sinceri, per quanto miserabili, un nessuno tra i nessuno, eppure veri. Si annaspa, eccome se si annaspa, in questo tentativo d’elevazione. Tanta fatica solo per essere certi, una buona volta per tutte, d’esistere. Hollywood che vuol essere Broadway. Effetti speciali e applausi a scena aperta.

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Il cinema che filma il teatro, il teatro che è sempre morente, povero, virtuoso. E in quanto morente è una sfida, da vincere con gli attori giusti nelle loro facce sconosciute ammantati nella parola “artista” come re e regine. Il cinema che invidia il teatro che invidia la letteratura, specie quella che è spezzettata e alcolica di Raymond Carver e il suo racconto migliore “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore“?

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Già, perchè è questa la domanda che aleggia in tutto il film, come un sottotesto, incalzata dalle rullate di batteria di Antonio Sanchez, niente musica, solo rullate di tamburi e una domanda: di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

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La regia magistrale di Inarritu pedina i personaggi alla ricerca di una risposta: infiniti piani sequenza, porte che si chiudono e si aprono in un sondaggio infinito che procede per esclusione. L’amore non è la fama o l’ammirazione del pubblico, l’amore non sta su un cornicione dove si intrecciano solitudini, l’amore non sono i followers reali o metaforici che ci seguono per rubarci un pezzo d’intimità, non è l’applauso di chi non conosciamo e neppure una bella recensione.

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Tantomeno l’amore, lo sapeva Carver, è parlare d’amore. L’amore è silenzio, un balbettio, non saper dire. A volte un colpo di pistola. Altre volte restare a bocca spalancata, come dinanzi a un miracolo e credere, ecco forse ci siamo alla fine, amare è credere, avere una fede incrollabile nel fatto che l’oggetto del nostro amore, così minuto e imperfetto, esista davvero e sappia perfino volare.

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L’amore è dunque una virtù, la virtù dell’ignoranza.