Carrie Fisher è scomparsa poco dopo Natale, portata via dalla cattiva sorte e dal funesto 2016. Un giorno dopo l’ha seguita sua madre, la stella dei musical e della commedia all’americana Debbie Reynolds. Una coincidenza incredibile, quasi da romanzo ottocentesco. Il 7 gennaio HBO ha onorato la memoria delle due attrici anticipando la messa in onda di Bright Lights, il documentario a loro dedicato previsto per la metà del 2017.

Si tratta di un racconto delicato e malinconico di due icone del cinema mondiale, due donne incredibili, due talenti assoluti. Debbie indimenticabile per i suoi ruoli nei più famosi film musicali degli anni ’50, ma icona della comicità anche in epoca più recente (la ricordate in Will & Grace?). Carrie, invece, amatissima Principessa Leia, ma anche brillante autrice di sceneggiature, icona per molte generazioni di donne, in prima linea nella lotta allo stigma verso le malattie mentali.

Quando Carrie è scomparsa sui giornali italiani c’è stato un tripudio di addii accorati alla Principessa di Star Wars e al suo iconico bikini, nel migliore dei casi, ma poi il gossip ha prevalso. Tante parole sulla vita difficile dell’attrice e sulla sua dipendenza dalle droghe negli anni ’80. Ancora più gossip, poi, dopo la recente notizia della relazione con Harrison Ford a cui lei stessa aveva fatto cenno in una delle ultime interviste. Questo gioco perverso ha ridotto Carrie Fisher a un semplice bikini sexy combinato con un mix micidiale di droga e sregolatezza. La verità, però, è che oltre il generale Leia, uno dei primi ruoli in cui la classica principessa era attivamente protagonista del suo salvataggio, c’è la donna Carrie Fisher, quella che emerge meravigliosamente in Bright Lights.
Bright-Lights-carrie-fisher

Carrie era bipolare e non faceva un passo senza il suo cane Gary, parte integrante della sua lotta quotidiana con la malattia. Le ci è voluto molto prima di accettare la diagnosi, ma poi col tempo e la disintossicazione la consapevolezza ha vinto. Da una recente intervista per un sito americano:

La prima volta che mi hanno detto la parola “bipolare” avevo 24 anni. Quando ho accettato la diagnosi? A 29 anni.

E ancora

Io ho una malattia mentale. Posso dirlo. Non me ne vergogno. Sono sopravvissuta a tutto questo, ancora sopravvivo, ma ora andiamo avanti.

Bright lights fa tesoro di tutte le sue consapevolezze e racconta con delicatezza la vita domestica di una coppia madre e figlia molto speciale, costantemente in simbiosi nel lavoro e nella quotidianità. Attraverso questo documentario Carrie condivide col pubblico i ricordi felici, ma anche quelli più dolorosi. Video d’epoca la mostrano bambina in braccio ai genitori, poi ragazzina al suo debutto sul palco durante uno spettacolo della madre: 15 anni e un assolo su Bridge over troubled water pieno di potenza. Debbie lo guarda e si commuove.

Aveva una voce bellissima, non è vero?

Bright lights mostra solo alcuni mesi in queste due vite straordinarie, ma ne coglie pienamente l’essenza. Per tutto il tempo Carrie ha con sé una lattina di Coca Cola, le sigarette, la sua voce roca particolarissima e Gary che zampetta felice seguendola ovunque. La sua casa è un tempio del divertimento perché, come diceva sempre lei e come sua figlia ricorda con affetto su Instagram:

Se la mia vita non fosse stata divertente sarebbe stata solo vera e questo è per me inaccettabile.

L’essenza della vita di Carrie si è equamente divisa in divertimento, verità e accettazione. La malattia mentale l’ha plasmata, le ha reso le giornate più difficili, quasi impossibili in certi frangenti, ma sempre brillanti e piene di consapevolezza. Come rendersi conto delle sue difficoltà quotidiane? Nel documentario di Stephen Fry “The secret life of the manic depressive“. Qui Carrie parla col suo amico Stephen e descrive la sua sofferenza spiegando cosa vuol dire soffrire di depressione e di disturbo bipolare. Sintomi precisi, diagnosi e soluzione.

Lei è al limite della sanità mentale […] non è abbastanza pazza per essere ricoverata, ma nemmeno sana abbastanza per vivere una vita normale.

Carrie Fisher ha rilasciato tante dichiarazioni, interviste, ha fatto interventi di ogni tipo per raccontare la malattia, per sensibilizzare sul tema. Ha persino scritto un film (Postcard from the edge, con Meryl Streep) sulla sua fase di dipendenza dalle droghe, il momento in cui non era facile gestirsi e in cui rifiutava anche la diagnosi di bipolarismo. Questo momento fa capolino anche in Bright Lights, viene fuori con naturalezza, senza retorica ed è lei in prima persona a raccontarlo. La malattia mentale spaventa, è normale, ma non deve rovinare una vita intera, non adesso che ci sono i mezzi per arginarla e combatterla con efficacia, non adesso che siamo nel XXI secolo. Carrie non era pazza, Carrie era malata, ma la sua vita è andata avanti lo stesso e con grande successo, e questo è solo uno dei tanti messaggi di Bright Lights.

Non è mica semplice accettare una malattia mentale, ma questo è il messaggio grandioso di Carrie Fisher: sopravviverete comunque e sarà bellissimo.

Il documentario è anche il racconto affettuoso e anche un po’ doloroso della vecchiaia che arriva gentile, ma inesorabile fiaccando il corpo, ma non lo spirito. La si vede evidente in Debbie, ma anche nella Carrie sessantenne che si prende cura della madre nel momento delicatissimo in cui i ruoli si invertono e non sei più figlia bisognosa, ma la vera e propria colonna della famiglia. Bright lights esorcizza la paura del tempo che passa e lenisce le ferite del passato con ironia. E ci si affaccia così, timidamente, su una vita felice, privilegiata, eppure tormentata. Carrie Fisher riempie di glitter il suo viso come una teenager, abbraccia i fan alle convention di Star Wars appollaiata su uno sgabello e senza indossare le scarpe. Ha sempre gli occhiali e i vetri colorati, si liscia spesso i capelli e mentre lo fa trova anche il tempo di parlare del rapporto conflittuale con suo padre, condivide i ricordi con gli amici più cari e lo fa con quella sua voce inconfondibile, col suo piglio da ragazzaccia di Hollywood davanti a una telecamera amica. Carrie è stata una donna consapevole, intelligente, fragile eppure fortissima, molto più di un bikini dorato in un film.

Arrivederci Carrie, che la tua forza sia anche con noi, sempre.

carrie-fisher-gary

Da leggere sul tema:

20 Questions for Carrie Fisher

Forget the gold bikini. For people with mental illness Carrie Fisher was a queen

Carrie Fisher’s Mental Health Advocacy Deserves To Be Celebrated Alongside Her Film Legacy