Bigsur_Cosebelle

Quando si parla di Kerouac si parla sempre di un viaggio. Si viaggia pure da fermi sul flusso ininterrotto delle parole, un rigurgito, una tempesta che scorre senza posa e t’investe ubriacondoti di vino buono. Le parole di Kerouac pure quando sono rudi, taglienti, casuali, pure quando sembrano, insomma, vino scadente da due soldi, pure in quel caso t’inebriano, e gira la testa e si mettono in moto i pensieri.

Ecco che inizia il viaggio. All’improvviso nel vortice della stanza le pareti crollano sui quattro lati, non c’è più niente che somigli al quotidiano o al presente, non la sveglia sul comò, neppure il rumore delle macchine nel vialetto di sotto. Ecco che arriva la brezza del mare e il profumo. Sale dalle pagine la salsedine e secca la pelle degli avambracci. Giù le pareti, crollato il soffitto, in un secondo ecco che sei a Big Sur. E puoi sentire gli anni Sessanta ruggire, e il vento della California e il ribollire delle onde giù dalle scogliere tagliate con l’accetta, gli animali nascosti di notte nel fitto dei boschi.

E mentre si compie questo miracolo, all’improvviso, di seguito eccone un altro: sei lui, sei Jack Kerouac, sei Duluoz, sei dentro al suo viaggio. E non è tutto rose e fiori e avere vent’anni Sulla Strada con tutti i sogni davanti, è una stagione all’inferno, un viaggio della mente nei suoi labirinti, nel nero inchiostro delle paranoie, nella pazzia di un alcolizzato o di un uomo soltanto che cade, cede, come un albero preso ad accettate, sotto il peso dei fendenti del mondo.

In Big Sur Kerouac cammina nella fanghiglia dolorosa della mente, lì dove speriamo di non doverci mai fare una passeggiata e invece capita, a tutti prima o poi, di vedere l’universo convergere come un grande dito giudicante sul minuscolo insignificante puntino della nostra testa. E le belle scogliere, il ponte maestoso, il canto degli uccelli, il profumo del mare, tutto si trasforma in un incubo minaccioso. Presagi di morte, gli amici si fanno nemici o semplicemente distanti, incomprensibili che a volte è una cosa ancora peggiore, la solitudine bella della libertà si trasforma in terrore insensato, il successo solo il vano chiacchiericcio di un popolo di capre, l’amore poi una scommessa quasi sempre perduta.

E non si può spiegare un viaggio del genere, perché non ha inizio e non ha fine, solo un contorcersi su sé stessi completamente privo di senso, e domandare a Dio “perché mi hai abbandonato”? In un viaggio del genere, del tutto introverso, non si scopre il mondo ma si arriva all’uomo. L’uomo che è fragile e inutile, la mente che è assoluta potenza, sia di rinascita che di distruzione. Stavolta non contano le miglia percorse, solo il dialogo dell’uomo col mare, le sue risposte incomprensibili, la sua grandezza che ci fa scomparire, eppure quei due, seduti l’uno di fronte all’altro, in una battaglia perduta in partenza, così terribilmente uguali. Forse nel tentativo delle onde di aggrapparsi alla terra e delle mani di fare altrettanto, la forza delle maree che lo condiziona, così come noi pure siamo in balìa del destino, il ritornare della bella stagione sulle spiagge e la solitudine dell’inverno, il terrore di non essere altro che uno spettatore immobile della felicità altrui.

Per impazzire un giorno, una settimana, un’ora, non servono droghe né fiumi di alcol, non serve la povertà, neppure l’isolamento o la derisione. Basta la consapevolezza d’esser diversi, rinchiusi nella propria stessa prigione. Alla fine, al risveglio – un risveglio sudato che assomiglia ad una resurrezione – ci si ritrova stanchi e malmessi ma con una capacità incredibile di sognare e la volontà di liberarsi finanche delle proprie catene. Compiere un viaggio, sia pure di nuovo, ancora, sempre verso l’abisso, con uno sguardo al mare nero di Big Sur.