Tendenzialmente ci metto di meno a capire come funzionano gli altri di quanto non impieghi a capire come sono fatta io, ma pian piano ci arrivo. Ad esempio, mi è ormai ben chiaro che meno tempo ho a disposizione per fare una cosa, più la devo fare. Un esame imminentissimo, la biblioteca che mi risucchia, ma io questa settimana dovevo leggere, e non gli articoli scientifici per l’esame di domani ovviamente. Come se non bastasse, aggiungiamoci che avevo finito tutte le mie scorte di libri in italiano, e l’ultima mia intenzione è leggere libri di piacere in una lingua che non sia la mia quando uso la suddetta altra lingua per almeno quindici ore al giorno.
Sono quindi andata avanti nella missione impossibile di leggere interi romanzi sull’iphone e, di conseguenza, ho prenotato una visita d’urgenza dall’oculista – Kindle, dimentica tutte le cose brutte che ho detto sul tuo conto e vieni a me!

Come alcuni di voi sapranno, dicembre è il mese di #ptit: giorno dopo giorno fotografiamo i piccoli clamori quotidiani che questo mese ci regala, li condividiamo su Instagram e niente, ci divertiamo così! Accade che, un giorno della scorsa settimana, la casa editrice il Saggiatore decide di regalare un suo libro a una delle foto che quel giorno partecipavano a #ptit: leggo la recensione, me ne innamoro, non lo vinco (per la cronaca me lo ha soffiato Alessia Marchioro) e così me lo regalo da sola. Il libro si intitola Il tuo nome sulla neve – Gnanca na busìa ed è la trascrizione su carta di un fiume in piena di parole ricamate a penna su un lenzuolo matrimoniale, durante le lunghe notti di un’insonnia di dolore e d’amore, da Clelia Marchi.

Gnanca na busìa racconta una storia d’amore in un mondo di persone per bene, di uomini e donne onesti che volevano solo lavorare, essere amati, la racconta tramite ricordi che affiorano in un ordine non sempre lineare, in una lingua spesso sgrammaticata, straripante di punti esclamativi e intrisa di inflessioni dialettali. Sono ricordi che fanno scendere le lacrime a chi scrive ma, spesso, anche a chi legge; talmente tanti che ci vorrebbe un lenzuolo largo, lungo come il mare.
E’ la storia di una donna di campagna, che ha trascorso tutta la sua vita a Poggio Rusco, in provincia di Mantova; la famiglia era numerosa e da piccola poteva permettersi di andare a scuola solo alcuni mesi all’anno, quando le sue braccia non servivano nei campi; spesso andava a scuola scalza, per non consumare la suola degli zoccoli, e con due pezzi di legna sotto il braccio per accendere la stufa e poter stare al caldo almeno durante le lezioni.
In un attimo ritorno bambina anch’io, in un’altra campagna di un’altra provincia del nord Italia, a quando mia nonna mi raccontava di come lei e i suoi fratelli andassero a scuola a piedi, portando ciascuno un pezzo di legna da casa, e a me si spezzava il cuore, pur sapendo che loro avevano avuto la fortuna di andarci ogni anno per tutto l’anno, e con gli zoccoli ai piedi.

Per Clelia arriva ben presto il momento dell’amore, di un matrimonio giovanissimo che la porta in una famiglia se possibile ancora più povera della sua, in una casa condivisa con i cognati e in cui lei entrando per ultima, come tale viene trattata; arrivano presto i figli, le loro malattie con poche o niente medicine per curarli, e poca legna per scaldarli. Nel frattempo, il lavoro nei campi, che non si può abbandonare mai, se non per allattare velocemente. Viene la guerra, che quando finisce a tutti sembrava di stare bene, ma bene non ci sta nessuno. Gli anni passano, i figli crescono e si sposano; le femmine hanno bisogno della dote e i soldi non bastano mai. Quando sono quasi tutti sistemati, sembrerebbe di poter respirare un attimo, ma la vita è come un rastrello quello che si mucchia l’erba: che à forza di tirare un brutto giorno si rompe il manico e tutto à fine. Così Anteo muore, investito da un’auto nella penombra di un tardo pomeriggio, e Clelia rimane sola come una vite senza l’albero, perchè quando uno dei due muore una parte del corpo di chi rimane è già morta.
Insieme alla solitudine arriva l’insonnia, e il bisogno di far passare il tempo per tirare al mattino: “leggetelo pure quello che c è scritto su questo: <Libro Lenzuolo> anche se è scritto male; l’ò scritto di notte come o detto: non dormo”. Clelia Marchi inizia così a riempire chili e chili di carta con le sue parole, rilegando i fogli a mano con ago e filo; una notte poi, ritrovatasi senza più fogli a disposizione, apre l’armadio e ne estrae un lenzuolo del suo corredo, un lenzuolo che non potrà più consumare insieme al suo Anteo e che così diventa pagina bianca per le sue lacrime ed i suoi pensieri.

“Non ti cancellerò mai dal mio cuore;
come una bimba cancella con la gomma la parola sbaliata”

Cover: Giada Fiorindi
Photo Credits: fiori.viola