Di solito, quando penso ad un qualsiasi momento più o meno passato della mia vita, le prime cose che mi appaiono davanti agli occhi sono il profumo che sentivo nell’aria, o che portavo, l’album o la canzone che ho consumato in quel periodo a furia di ascoltarli, i jeans che facevo fatica a togliermi, il libro che stavo leggendo in quel frattempo. Pensando a novembre 2012, fra una settimana o fra qualche anno, lo penserò come il mese in cui non portavo nessun profumo in attesa di trovarne uno nuovo, dopo che il mio è andato fuori produzione; il mese in cui, dopo averlo fatto rimanere in silenzio per un po’, ho ricominciato ad ascoltare senza tregua Rod Stewart, grazie ad un artista di strada di Anversa; il mese in cui ho divorato Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli.

Camere Separate, di Pier Vittorio Tondelli – Bompiani Editore

Mentre una città sconosciuta si avvicinava dall’oblò di un aereo, sul sedile di un treno per il Belgio, nella sala d’attesa di una lavanderia a gettoni, in un’aula universitaria, alla luce soffusa di una candela accesa. Camere Separate mi aspettava da un po’ su un ripiano della libreria, senza che nemmeno ne conoscessi la trama, ma per puro caso l’ho aperto solo qualche settimana fa.

Il treno va, scomparirà, sulle sue ruote rotonde, dietro alle nuvole bionde (P. Conte)

Per certi versi mi piace pensare che sia un romanzo di formazione, perché tra i venti e i trent’anni, spesso, rimane solo da imparare ad amare; tutto il resto lo si è scoperto molto prima. In realtà, però, è anche un romanzo di distruzione, perché l’amore quando arriva va riconosciuto ed accettato come tale, per evitare di autodistruggersi nel tentativo di ignorarlo o di evitarlo. Camere Separate è la storia d’amore tra Leo e Thomas, entrambi in parte alter ego di Tondelli: il primo è uno scrittore non troppo affermato, il secondo muore per una non citata ma letale malattia. Il dolore di Leo nell’affrontare la scomparsa di Thomas, però, è solo un pretesto per affrontare il significato della perdita e dell’abbandono; in un alternarsi continuo tra momenti in cui è il destino ad imporli e altri in cui essi sono volontari. Questo amore viene lasciato intuire a chi lo incontra, ma mai urlato; è un amore fatto di viaggi, di cartine aperte sul pavimento e di itinerari; di treni, aeroporti, arrivi e partenze; di fitte corrispondenze e di arrivederci.

Tutto è così forte che faccio fatica a ordinare le parole, una dietro l’altra. Ieri sera, tornando a casa, non avevo paura, nè di separarmi, nè di andare avanti, nè di fermarmi a pensarti. Sentivo solo una forza che mi sospingeva in avanti, come un surf sull’onda dell’oceano. Volevo farmi esplorare, di nuovo guidarti e poi cambiare rotta, perchè anche tu provassi le vertigini del mio eterno mal di mare. Spero di esserci riuscito. Ora devi partire. Mi sembra tutto circondato da un mantello di indifferenza. I miei sensi sono concentrati a preservare il tuo ricordo e il suono della tua voce. Ti sto interiorizzando. E’ un processo che richiederà qualche ora e dal quale mi riavrò quando sarai soltanto un puntino indecifrabile contenuto in un altro punto puntino, lontanissimo nel cielo di Berlino.

Le parole della fumana d’amore – Bologna, Teatro Clandestino

Leo è un fascio di emozioni, è la sensazione che ci pervade nel momento in cui una storia finisce, è la costernazione che ci travolge nel momento in cui realizziamo di aver perso qualcuno, l’incapacità di esternare il proprio dolore, la speranza di poter trovare pace altrove.

L’Inghilterra gli appare come un paese separato e distante in cui non conosce nessuno e nessuno lo conosce, in cui può stare solo senza soffrire di solitudine, in cui può camminare, sedere al pub, bere, scrivere senza che nessuno lo guardi o lo disturbi. Dietro si lascia un continente in via di distruzione. Thomas che era la sua storia; il suo paese e la sua storia.

Leo è solitudine, avidità, e contraddizione; vittima e carnefice.

Abbiamo bisogno di tempo. Di mettere tempo fra noi. Di vivere insieme, di viaggiare insieme, perché il nostro pensiero riconosca istintivamente l’altro; e lo riconosca come una presenza automatica di consuetudine e affetto. Abbiamo bisogno di molto tempo per accettare la brutalità del fatto di non essere più soli.

Leo sopravvive a Thomas, ma è soltanto Leo, non più il Leo di Leo-e-Thomas. Un amore che avrebbe le carte in regola per essere tutto ma che per scelta, o preconcetto, rimane solamente “camere separate”.

Cover: Giada Fiorindi
Photo Credits: Sara FasulloEmanuele F., Corrado Nuccini