Riguardando le foto di anni passati mi capita quasi sempre di accorgermi che quello che in quel momento consideravo, o veniva considerato all’unanimità, “bello”, in un modo o nell’altro non mi appartiene più. Il concetto in sé non sembrerebbe difficile, eppure fatica ad entrarmi in testa, visto e considerato che ogni volta in cui mi trovo davanti a una delle suddette foto rimango incredula a bocca aperta. Non parlo solo dell’abbigliamento che, si sa, fa in fretta a passare di moda, ma delle acconciature dei capelli, dei canoni estetici, delle abitudini che quegli scatti lasciano intravedere ed immaginare. Il passo da lì alla damnatio memoriae è molto breve, e le foto finiscono in fretta sul fondo dell’ultimo cassetto; tranne quella in cui io senza denti davanti e con un paio di mocassini verde smeraldo mi accingevo a iniziare la prima elementare… Sebbene me ne vergogni moltissimo, ho dovuto imparare a conviverci, perché non c’è verso di farla sparire.
Quello che sembrerebbe patire di meno il peso del tempo che passa sono gli oggetti che, quando sopravvivono, diventano testimoni e depositari di momenti, episodi ed emozioni in modo ancor più tangibile di quanto non sappiano fare le stesse fotografie (specie se –come me- siete di quelli che “domani le scarico sul pc… domani le scarico sul pc… domani… il cellulare si è rotto”).
Nasce da un’idea simile, ad esempio, Milan Closets, il progetto fotografico con cui Pietro Baroni si è proposto di ritrarre generazioni di milanesi attraverso il contenuto dei loro armadi, e non solo.

Roberta, pittrice.

Marina, skipper.

Altra cosa che gli oggetti vintage, quelli veri, sanno fare meglio delle fotografie è parlare di noi: per la foto ti metti in posa, il che significa che bene o male un pochino stai sempre fingendo; gli oggetti, invece, sono lì da vedere in tutta la loro essenza.
Il mio primo pensiero va ai libri: i loro dorsi in una libreria domestica possono dire molto più di un’intera biografia su chi li possiede – ed è anche per questo che quelli di cui un po’ mi vergogno li scarico in e-book – ma gli esempi potrebbero andare avanti all’infinito. I ricettari, che si tramandano (meglio dire tramandavano?) di madre in figlia, con via via sempre più note e “aggiustamenti” a margine di ogni ricetta; quella vecchia poltrona su cui si sedeva il nonno, magari con una fodera nuova; una macchina da cucire che è diventata un mobile; un foulard intramontabile; un anello di fidanzamento passato di generazione in generazione; una tazza di porcellana, un vecchio cd…

Camilla, scrittrice e blogger | Zelda was a writer.

Marina, insegnante.

La mia fantasia si fermava più o meno qui, quando mi sono imbattuta in un altro progetto fotografico tenerissimo, che mi ha confermato come davvero gli oggetti talvolta siano dei preziosissimi testimoni silenziosi; solo in un secondo momento ho scoperto che il progetto si intitola Much Loved, e mi è piaciuto ancora di più. Il fotografo in questione lavora a Dublino e si chiama Mark Nixon; la sua presentazione del progetto è una di quelle cose che avrei voluto scrivere io, e recita più o meno così:
“Quando tutto era sconosciuto, loro c’erano. Quando qualsiasi cosa avrebbe potuto succedere, loro c’erano. Depositari di abbracci, paure, speranze, lacrime, nasi che colano e macchie. Soli nella notte, loro erano il conforto, quando i mostri stavano in agguato negli angoli bui, quando le voci alte venivano attutite da pavimento e pareti. Testimoni silenziosi, compagni fedeli, difensori dell’innocenza… Appianando e mitigando le difficoltà del viaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza, dalla purezza all’impurità, dall’infanzia all’età adulta. Fedeli al segreto, incondizionatamente presenti, buoni a prescindere, quasi sempre orsetti”.

Teddy, 22+, belongs to Rowen Atkinson

Teddy, 50, belongs to Paul Barham

Flopsie, 6, belongs to Lua Gethins

Con le sue parole Mark Nixon mi ha ricordato un “oggetto” (chiamarlo così è molto brutto, perchè in realtà è molto di più) per me fondamentale e di cui rischiavo di dimenticarmi. Il mio orsetto della nanna da bambina aveva una felpa rosa con un fiocchetto azzurro che, a furia di stropicciare tra le mani, ho disintegrato; lui però è ancora piuttosto in forma e mi tiene compagnia da una mensola di fronte al mio letto. Per le varie trasferte, invece, ci pensa un Winnie the Pooh, forse un po’ più pop ma che, comunque, ha una sua storia e un suo perché.

Illustrazione di Giada Fiorindi
Photo Credits: Pietro Baroni | Mark Nixon


Gli orsetti fotografati da Mark Nixon sono in mostra, ognuno con la sua “carta di identità”, fino al 1 dicembre prossimo a Dublino (Mark Nixon STUDIO – 63 Clontarf Rd).