Beloved things, ve lo dicevo qui, è lo Zibaldone dei miei pensieri settimanali, un diario su cui appuntare con nastri di scotch colorato tutte le mie cose più o meno belle, un tavolo giallo a forma di post-it o, se preferite, un post-it gigante a forma di tavolo. È una scatola per gli oggetti smarriti, a volte un disegno, altre un racconto, una pseudo-poesia, una lettera d’amore, quasi sempre una canzone. Questa settimana cerca di essere anche una pagina di storia italiana, una di quelle pagine che a scuola non si studiano, forse perché di mezzo non ci sono guerre, nè trattati o alleanze. Una pagina che io stessa, dopo otto anni di studi classici, non mi sono mai sentita leggere da nessuno, nonostante anche Giovanni Verga le abbia dedicato una delle sue novelle. Questa pagina parla di una regione d’Italia, di una festa, di una tradizione, che tutte insieme sono finite nel buco nero di un tabù.
La festa di cui voglio raccontarvi é la Festa dei Morti, che allegria – direte voi – e invece no, anzi sí.
Lo dice il nome stesso: non una commemorazione, ma una festa, e quindi un evento felice.
La Festa dei Morti é una tradizione siciliana secondo la quale la notte tra l’1 e il 2 novembre sarebbe l’unica notte dell’anno a essere più lunga del giorno, e proprio in quella notte i cari defunti tornerebbero in vita a visitare le proprie famiglie portando loro dei doni. Per cercare di calarsi nell’umore gioioso con cui questa festa veniva vissuta, basti pensare che fino a un po’ di anni fa in Sicilia sostituiva il Natale come occasione per scambiarsi regali: i bambini la sera del primo novembre stavano attenti a comportarsi bene, andavano a dormire presto (non molto diversamente da quanto facevo io qualche anno fa in attesa di Babbo Natale), e prima di chiudere gli occhi recitavano una preghiera per i defunti della propria famiglia. I regali, ovviamente, li compravano i genitori; e i più fortunati in quest’occasione ricevevano la loro prima bicicletta.

Kids with their presents (1934) by Sam Hood, Collection of The State Library of South Wales.

Ma non finisce qui, la tradizione voleva anche che i defunti andassero a grattare i piedi ai più “birichini” mentre dormivano: da qui il rituale di nascondere le grattuggie prima di mettersi a letto, ma solo dopo aver lasciato sul tavolo una bottiglia di acqua fresca e una scodella di legumi cotti per consentire alle anime di ristorarsi; come io da bambina, la sera della Vigilia di Natale, lasciavo sul tavolo vicino al camino una fetta di panettone e un bicchiere di latte caldo, o di vino rosso.
La mattina dopo, al risveglio, aveva inizio la caccia al tesoro: i defunti infatti erano soliti nascondere i loro doni nei punti più impensati della casa.
Nel corso della giornata, poi, si visitavano i cimiteri portando fiori in ringraziamento dei doni ricevuti durante la notte e, per santificare la festa a dovere, una volta tornati a casa, si imbandivano le tavole da pranzo di dolci e frutti colorati.

I fiori del campo per cui si è tanto sudato , Giovanni Verga, “La festa dei morti” (1887).

Pan dei morti, dolce tradizionale delle feste cristiane autunnali; a base di spezie e frutta secca.

Di tutto questo però in Italia non si parla più, e io non riesco a capacitarmene: che cos’era se non un modo ironico di esorcizzare la morte, di sdrammatizzarne la paura e il mistero?
Che cosa c’é di male nel visitare un cimitero?
Qualche giorno fa leggevo un articolo sull’Huffington Post in cui si proponeva un itinerario culturale tra i cimiteri monumentali: non sono quelli i cimiteri a cui mi riferisco. Io parlo dei cimiteri di provincia, quelli di campagna con un pesante cancello in ferro battuto, quelli in cui tra le crepe dei muri crescono i fiori più belli; quelli senza custodi e, spesso, senza visitatori. Quelli in cui d’inverno la nebbia ti si attacca alle caviglie, e nei pomeriggi d’estate é ancora possibile sentire solo il frinire delle cicale, tanto che potresti passarci anche tutto il giorno, se non fosse per le graminacee. Quelli che raccontano di decine di famiglie, e di altrettanti matrimoni e figli; in cui trovi giovani dispersi della campagna di Russia accanto a marito e moglie di così tanti anni fa da non riuscire più a distinguerli in quella foto in bianco e nero ma, nonostante tutto, ancora insieme.
Una lezione di storia e di umanità a cielo aperto.
Una pietra miliare dell’educazione sentimentale, e della crescita.
Perché oggi ci limitiamo a vestirci da zombie e vampiri nell’ultima notte di ottobre, nascondendo spesso sotto a queste maschere soltanto un’ulteriore occasione di trasgressione? Non ne faccio una questione di campanilismo: neanche il Natale, così come lo intendiamo oggi, é una tradizione italiana, ma va bene così; è piuttosto una questione di senso e, volendo, di significato: abbiamo una tradizione bellissima, e la sprechiamo inseguendo, letteralmente, i fantasmi di quelle altrui.
Io non mi sono mai mascherata, ma é un fatto di gusto personale (mentre sono davvero intollerante al travestimento degli animali): preferisco rimanere in casa, fare scorte di thè alla cannella, preparare una torta alla zucca e comprare qualche cioccolatino da offrire a chi gioca a dolcetto o scherzetto, che a loro -si sa- è concesso tutto.
Dal prossimo anno, però, finita la stagione dei melograni, quando il freddo inizierá di nuovo a profumare di nebbia e di inverno, di camino acceso e di castagne sul fuoco, so già che avrò un regalo in più da fare ai miei cuginetti, e una bellissima storia italiana da raccontare.

Melograni maturi dalle colline del Lago Trasimeno.

Illustrazione: Giada Fiorindi
Photo Credits: Flickr | La Cynique Romantique | Labna | La Cynique Romantique