Ci sono storie non scritte da parole, ma che prendono vita dalla scelta di un’inquadratura, da quella precisa fonte di luce cercata o aspettata per ore, da quella esatta espressione, dall’accostamento di soggetti, colori, materiali. Si tratta di storie che oggi, grazie agli smartphone, possono essere raccontate e condivise ogni istante e che, su Instagram, il social per eccezione dello storytelling visivo, possiamo sfogliare ogni giorno.

E’ in questo sconfinato mondo di storie e account che ci siamo innamorati di un profilo, quello di Donatella Sedda: tra fiori, cibo, tessuti e utensili da cucina genera poetici ritratti di oggetti inanimati, la nuova natura morta 2.0.

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CB: Attraverso il tuo seguitissimo profilo Instagram (93.7k follower, ad oggi), non conosciamo il tuo volto; eppure sappiamo che vivi a Modena, sei nata in Sardegna e vissuta in Toscana, ami la fotografia ma non sei una fotografa professionista, crei composizioni con fiori e cibo ma non sei una floral designer né una food styler. Legittimo chiedersi chi è Donatella Sedda?

DS: Una persona “qualunque”. Conosco pochissime persone che sono nate, hanno vissuto, studiato, lavorano e hanno creato una famiglia nel luogo di nascita. A queste poche persone invidio la vicinanza con la famiglia e con gli amici di una vita; i miei genitori vivono in Sardegna, ho una sorella a Firenze e gli amici sparsi un po’ ovunque nel mondo. Ci spostiamo, facciamo esperienze diverse, cresciamo, coltiviamo interessi che a volte diventano il pane quotidiano dei nostri giorni lavorativi oppure un gioco piacevole per i momenti liberi. E per me Instagram è questo: un veicolo, un gioco narrativo, malgrado oggi per vivere faccia tutt’altro (proofreader per la Panini Comics).

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CB: Riesci a fare storytelling accostando/sovrapponendo per forme e colori oggetti inanimati. Come arrivi alla composizione del quadro perfetto? Da cosa ti lasci ispirare?
DS: Osservo tanto i profili di fotografi (professionisti e amatori) più o meno conosciuti, leggo libri e compro un sacco di riviste di fotografia e arredamento. Vi è mai capitato di acquistare un oggetto e poi di fargli una foto per mostrarlo ad un’amica? Lo sistemerete nel modo più conveniente a far capire di che si tratta, facendo in modo che la foto restituisca il più possibile il valore che gli attribuite. È un po’ come quando vi trovate davanti ad un obiettivo e porgete il vostro lato migliore. Ci sono delle astuzie narrative che possono colmare alcune lacune tecniche (e dei materiali a disposizione), ma queste sono cose per le quali potrebbe non bastare una vita a padroneggiarle.

CB: Instagram è un canale potentissimo in continua crescita, un vero e proprio ‘personal brand’ che permette di fare miniblogging ad impatto immediato. Ci sono dei contenuti che secondo te proprio non andrebbero pubblicati?
DS:
Instagram è l’evoluzione del blog come lo conosciamo da 10 anni a questa parte. Ha sacrificato un po’ di spazio dedicato ai contenuti per incentrarsi sull’aspetto del contenitore. Ma di fatto sotto una foto puoi scrivere ciò che vuoi e puoi mostrare ciò che vuoi. Su Instagram non servono le limitazioni all’accesso al tuo profilo, perché i numeri sono spaventosi e in questa moltitudine di utenti si è tutti un po’ più anonimi. Questo innesca in alcuni quasi un flusso di coscienza, mentre in altri aumenta il riserbo e la cura della propria privacy. Io non dico molto di me apertamente, nel senso che non amo pubblicare foto di me, dei miei cari, dei miei amici, ma attraverso ciò che decido di mostrare, mi rendo conto che si capiscono alcune cose…

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CB: Passiamo ai consigli pratici: oggi, grazie agli smartphone, tutti siamo muniti di macchina fotografica, ci daresti qualche suggerimento per allestire un set fotografico ideale e scattare delle belle foto?
DS: Non sono a mio agio quando devo dare consigli di questo tipo, perché non credo di avere i titoli per farlo: io, per prima, apprezzo differenti stili. Se fosse un amico a farmi una domanda del genere (cioè qualcuno che non pensi “ma guarda questa, quante arie si dà!”), gli direi di utilizzare solo la luce naturale; di scegliere una visuale e di disporre gli oggetti nel modo più efficace a mostrarli nel loro lato migliore. Gli direi che siccome la fotocamera di uno smartphone tende a mettere a fuoco tutto ciò che sistemerai a differenti altezze, appiattendo un po’ tutto, deve valorizzare questa caratteristica trattando anche lo sfondo come un oggetto e prediligendo fondali materici caldi (legno, tessuto) o altri più freddi ma con un forte carattere (cemento, piastrelle vintage); gli direi di creare una certa varietà nella composizione, così che l’occhio debba muoversi all’interno della foto per apprezzarne tutti i dettagli. Consiglierei di dare vita al set con una presenza umana: fondamentale riuscire a coinvolgere qualche anima buona che vi faccia da modello. Alla fine magari la foto lascerà molto a desiderare, però vi sarete fatti delle gran risate!

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Se non siete un professionista o un amatore, e io non sono né l’uno né l’altro, fate come me: armatevi di un sacco di pazienza (l’entusiasmo aiuta tanto) e andate per tentativi; l’obiettivo può essere “rifare” il più possibile fedelmente una composizione che vi è piaciuta o ottenere qualcosa di diverso, ma che alla fine vi faccia dire “bello” (anche “carino” o “accettabile” può andar bene, eh!). Il set è una storia; il pretesto per il suo allestimento, il modo in cui disporrete gli oggetti e il lavoro che farete sulla foto in post produzione dovrà essere vostro, rappresentando il vostro stile o quello che vorreste fosse il vostro “marchio di fabbrica”.

CB: Nell’iniziativa #projectsundaybreakfastfortwo sei riuscita a restituire valore alla domenica, un tempo giorno in cui si indossavano i vestiti più belli e si mangiava tutti insieme. Pensi si debba realmente tornare ad uno stile di vita meno frenetico dove tutto non si riduca ad un approssimativo pasto frugale?
DS: Sarebbe auspicabile, ma direi anche poco realizzabile: per esigenze lavorative io e mio marito ci vediamo la mattina e poi ci rivediamo la sera. Il fine settimana è per recuperare del tempo solo per noi e per stare anche con gli amici. Perciò la colazione diventa il momento più intimo. Il mattino ha l’oro in bocca: un buon inizio dà sempre la giusta spinta ad una bella giornata o almeno ci prova!

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CB: Hai mai pensato ad un’evoluzione/continuazione offline del tuo lavoro social? Se, per esempio, ti chiedessero di esporre la tua arte in una mostra, in quale museo ti piacerebbe essere ospitata?
DS
: Se per continuazione offline s’intende fare della propria presenza su IG un lavoro, si sa: più consensi/visibilità raggiungi sui social, più le aziende iniziano a contattarti per offrirti occasioni lavorative. Io non mi pongo limiti che non siano quelli che ho già, il tempo, le forze e il piacere che ne posso ricavare a fare una certa cosa. Prima di tutto dev’essere divertente, uno svago oltre la solita routine lavorativa, che però amo e che ho scelto. Non sono un’artista, ho un profilo su Instagram; ho studiato arte per tanto tempo e ho lavorato in musei e gallerie: davvero, io in un museo mi aspetto di vedere ben altro 😉

CB: E per finire la nostra domanda di rito: una cosabella?
DS
: Un giorno di maestrale, al mare.

Donatella Sedda è anche su Twitter, Facebook e Flickr
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