C’è un universo, lungo quanto l’intera penisola, fatto di minigonne in miniatura e minuscole labbra dipinte col rossetto a lunga tenuta. Di mamme esaltate almeno quanto inflessibili e di casting crudeli ed estenuanti. E persino di backstage di sfilate in cui alle baby modelle, esattamente come accade alle loro colleghe adulte, non è consentito dissetarsi con un bicchiere d’acqua o fare merenda. Dai concorsi di bellezza improvvisati sui lungomare di provincia, ai maxi eventi di Pitti Bimbo – la principale manifestazione internazionale della moda per l’infanzia, di stanza a Firenze due volte all’anno – il passo è breve, la domanda la stessa: cosa sta succedendo alle nostre bambine? A provare a dare una risposta ci pensa Flavia Piccinni, scrittrice e giornalista tarantina, autrice di Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite, da pochi giorni in libreria per Fandango.

Le piccole miss, raccolte come un gregge in fondo al palco, iniziano a disperdersi. Sui loro minuscoli visi si declina la stessa espressione: labbra che sono righe, occhi socchiusi, gote violacee. Una piccola, avrà tre anni, comincia a piangere, e invoca con struggente disperazione la madre, che si fa largo fra i corpi, la prende in braccio e si mette a cullarla: “non è successo nulla nulla nulla” […] Un padre che mi è accanto, con la giacca e la cravatta della domenica, mormora: “Mo salgo e lo spezzo”.

Quello di Piccinni è un viaggio attraverso un mondo, spesso nascosto ma non per questo meno presente, che se da una parte sembra rimasto cristallizzato agli anni ’50 – il riferimento del titolo è a Bellissima, capolavoro di Luchino Visconti che raccontava gli sforzi disperati di una madre (Anna Magnani) per trasformare la figlioletta in una baby promessa del cinema – dall’altra vede le proprie dinamiche amplificate in una società votata al culto dell’apparenza, dove i social promettono di rendere a portata di mano la visibilità, i riflettori, il successo sociale.

“Mi sento che gli altri mi guardano, e un po’ mi invidiano” “E questo ti piace?”, insisto. “Mi piace perché se piaci agli altri è bello”. “E cosa succede, quando agli altri non piaci?”. “Sai – mi spiega, stringendo le braccia minute al petto, prendendo un tono confidenziale – in classe mia siamo tanti bambini. Alcuni sono carini, ma poi ci sono quelli brutti. E quelli brutti nessuno li vuole come amici”. Mi appoggia la manina sul braccio, le sue dita sono calde e profumano di latte. “Perché?”. “Perché i bambini brutti sono tristi.

Nell’anno del sorprendente successo di un’operazione come Storie della buonanotte per bambine ribelli, il libro di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, pubblicato grazie a un crowdfunding e diventato immediatamente un caso editoriale, che sembra finalmente recepire l’esigenza di un numero sempre crescente di mamme e bambine di riconoscersi in modelli femminili diversi e lontani dai cliché, Piccinni in Bellissime ci ricorda insomma che la strada da percorrere è ancora lunga, la battaglia tutta da combattere. Lungi dal presentarsi come un generico j’accuse nei confronti di un sistema complesso e sfaccettato, in cui le aspettative e le frustrazioni degli adulti non appaiono meno colpevoli degli interessi di un settore determinante nell’economia italiana come quello della moda, Bellissime apre piuttosto una riflessione profonda che chiama in causa gli stereotipi di genere, a cominciare da “quel culto della grazia e quella necessità di piacere” che continuano a rappresentare l’imprinting a cui sono sottoposte generazioni di bambine.

E’ il medesimo copione che ho visto decine di volte. Sempre identico. Bambine che camminano su passerelle scombinate. Adulti che assistono gioendo. La bellezza che si mostra ed esplode nel suo apice: la sfilata. La bellezza che equivale a sentirsi adulte, che equivale al sentirsi accettate.

“Incontro dopo incontro – spiega Piccinni introducendo il suo lungo viaggio fra baby miss, agenzie pubblicitarie, casting e sfilate descritto in Bellissime – si è fatta strada la convinzione che il nostro futuro dipenda dalla precocità con cui la società è in grado di inquadrare nei ruoli di genere l’essere umano – da una parte le bambine, dall’altra parte i bambini – e dall’idea che gli altri hanno di chi dobbiamo essere”. Ecco allora che quella dell’autrice diventa una domanda aperta, rivolta tanto alle mamme (e ai papà) quanto ai vertici di un sistema economico capace oggi più che mai di plasmare gusti, costumi, scelte: costruire un immaginario diverso, che restituisca alle bambine (e ai bambini) il diritto all’infanzia e all’autodeterminazione, è davvero così impossibile?